Il pozzo (in cui gli scrittori possono precipitare)


 

Nelle ultime due settimane ho buttato in inchiostro trenta cartelle. Due settimane faticosissime. E oggi il testo mi ha dato il colpo di grazia. Era stata una giornata tranquilla. Ho rimasticato il racconto, perché si trattava di un racconto, e mi sono fatto annacquare da un sospetto: non starò scrivendo qualcosa la cui destinazione riguarda l’insieme ristrettissimo di persone che condividono un certo immaginario (→ quattro gatti)? È il sospetto di sempre. Quando scrivo, e dopo molte pagine, mi visita la sicurezza che si tratta di una cosa per pochi. E io traduco con: cosa da poco. Succede sempre. Mi rompe le scatole questa sensazione e io, pienamente succube, la ascolto. Ma che significa? Se dicessi, per esempio, che mi si para davanti un tizio coi baffi, e dicessi anche che la sua faccia somiglia troppo a quella di un certo editor (senza baffi, ma noto e perciò innominabile) chiunque mi griderebbe che sono un po’ sfigato.
L’editor in questione non ha voluto pubblicare il mio romanzo, legittimamente. Io ci ho sofferto, legittimamente. Ma che io veda quel tale ogni volta che il sospetto mi sale alle tempie, e che lo veda nella veste (o nella personificazione, diciamo) del Mercato, getta in cattiva luce la mia tenuta psicologica. Non che sia rilevante tenere alta la bandiera della lucidità, o non tanto, però la razionalità impone che il tale non possa oltrepassare la propria individualità per visitarmi in rappresentanza del Mercato (che ovviamente non vuole saperne delle mie opere – presunte, opere, dice). Ma le mie cogitazioni non trasudano razionalità, si vede, perché il tale mi visita e mi impedisce di continuare a scrivere. Come? Dipende: oggi, per esempio, è successo che al termine di una frase molto lunga ho dovuto rileggerla, cosa che non mi accade spesso, scrivo come si dice «di getto», e, dopo il punto, il vuoto mi ha risucchiato. Non dico lo spazio bianco (o il blocco dello scrittore a effetto ritardato). Ho penetrato il vuoto con questi occhi, stavo precipitando non so dove, ma sfioravano il mio corpo grumi di vuoto (o addensamenti di nulla, è lo stesso) come se io sprofondassi dolorosamente in una vertigine disomogenea, piena al suo interno, se così si può dire, di vuoti di concentrazione diversa. Uno di questi grumi mi ha spappolato la milza, terribile, ma era una milza vuota e io, inconsapevolmente, ero stato svuotato. Perché anche le mie ossa davano proprio l’impressione di essere cave – come quelle degli uccelli. Soltanto che gli uccelli non si farebbero attrarre così passivamente da una vertigine. Afferravo la vacuità delle ossa e, nel frattempo, un grumo di vuoto concentratissimo mi fracassava il cranio, povero cranio, che suonava mortalmente vuoto, poi contemplavo il bianco uniforme che la caduta mi costringeva a inghiottire con la bocca, con gli occhi, con le orecchie, e finalmente piombavo addosso a qualcosa. Tutto ciò mi capitava senza che avvertissi lo scorrere del tempo, e per questo sono stato costretto a abusare dell’imperfetto per snocciolare in parole la mia fantasia. Ma la questione temporale è troppo complicata, andiamo oltre. Ho spalancato le cavità oculari (il vuoto mi aveva svuotato gli occhi). Dove ero capitato? Sulla superficie trasparente, in piedi a braccia conserte mi sfondava le rovine del corpo quel tale, o meglio il Mercato. Solo guardandomi riusciva a polverizzare tutto ciò che la vertigine aveva risparmiato: le unghie, per esempio, e i peli del petto (chi sa perché). Io lo riguardavo, senza suppliche né paura. E lui, il Mercato, mi spaccava gli ultimi nervi. Lo vedevo e mi comunicava l’idea di Superman che buca il nemico con i raggi laser degli occhi senza che il nemico possa urlare o ribellarsi alla passività vergognosa impostagli dal regista o dallo sceneggiatore. Una roba inspiegabile, tanto che ha risucchiato persino le parole che sto scrivendo (paradossalmente in anticipo). Il Mercato si è fatto contemplare da me, ormai vuoto puro, e il suo sguardo squassava il vuoto circostante, come se lui volesse verificare, forse a partire dai deboli contorni che mi avevano circondato, la mia riduzione a vuoto. Su quel fondale trasparente nell’immenso bianco, ho agguantato la situazione (per come un nome vuoto può agguantare qualcosa). Il bianco brillante, altissimo in cui ero stato aspirato, di cui lo spazio al termine dell’ultima frase scritta era nientemeno che l’inizio inimmaginabile, era il vuoto di pagina in cui gli scrittori non letti sprofondano e si svuotano (nel nome, nell’esserci e quindi nella corporeità). Gli oggetti, o meglio le forme che avevo percepito durante lo sprofondamento nel pozzo bianco, erano tutti i miei simili. Adesso anch’io potevo essere intruppato – persona vuota e quindi grumo più densamente vuoto rispetto al bianco – dai corpi ancora interi delle vittime prossime del Mercato. Ma come succede che si sprofonda qui in fondo, e quali sono precisamente gli emissari del vuoto (cioè del Mercato), oltre al mio editor falsamente baffuto, io non so dirlo. Io, caduto nello spazio bianco alla fine dell’ultima frase, posso soltanto chiamarvi a squarciagola.

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Un uomo felice


 
 

Penso alla felicità possibile, come sempre. Non è qualcosa di irraggiungibile, è un elettrostimolatore: punge la mia fantasia e ne tiene in vita l’aspetto più vivace. Non credo che possa servire ad altro. Il tradizionale contenitore di periodi ipotetici, frasi fatte, sentenze ad effetto che porta l’etichetta di «felicità» è in realtà uno strumento: un elettrostimolatore, appunto. Mentre lo tieni in mano e lo guardi, libera scariche elettriche che raggiungono direttamente il pensiero – senza passare per il cervello – ed è lì che l’elettricità viene assorbita e trasformata in immagine. Una vacanza alle Bahamas (segue immagine)… Una casa di proprietà (immagine)… Una forma di grana padano (immagine)… Una schedina vincente al superenalotto. Eccetera. E di queste immagini il sentimento dell’impotenza fa strame.
Sto pensando alla felicità possibile, sì; vale a dire che lo strumento mi elettrostimola e io ne osservo il funzionamento. Mi mette a disagio studiare il funzionamento dell’apparecchio dal vivo, mentre manda impulsi. Ma non è possibile farsene un’idea più o meno realistica a freddo. Non capirei nulla guardando l’apparecchio con l’etichetta «felicità», magari fermo e inerte sul tavolo come un oggetto qualsiasi. Mi stordirebbe a furia di ipotesi di funzionamento che non andrebbero da nessuna parte; invece così, funzionando a regime, l’elettrostimolatore spara segnali dei quali l’intelligenza astratta segue il percorso e l’effetto, e viene contemporaneamente radiografato dall’utilizzatore. La mente è silenziosa. L’apparecchio mi suggerisce alcune immagini, vivide e come odorose, che io non intendo però rivelare (quelle che ho elencato sopra figurano solo a mo’ di esempi). Il mio studio riguarda lo strumento, non l’utilizzatore. Non intendo appesantire lo studio con le immagini dei miei desideri, questo mi obbliga alla reticenza. Ma…
È successo uno sconvolgente imprevisto. Ho afferrato un’immagine e ho decodificato il desiderio in essa iscritto. C’era silenzio, e c’era un uomo (che mi somiglia) alle prese con la felicità possibile. Faceva un esperimento simile a questo, utilizzando l’elettrostimolatore cercava di comprendere il suo funzionamento. Accadeva che, a un tratto, l’uomo vedeva, grazie all’elettrostimolazione, un altro uomo a lui simile alle prese col medesimo studio, il quale veniva sorpreso da una medesima visione e vedeva un uomo a lui simile eccetera, così all’infinito, in un’infinità di scatole cinesi.
È accaduto in un attimo.
Sono uscito dal vortice solo per aver compreso, nell’attimo, il contenuto di quella felicità possibile. Un desiderio immane mi ha strappato di mano il marchingegno. E anche l’uomo che avevo visualizzato è stato privato dell’oggetto. Si è sorpreso costatando che anche l’uomo a lui simile veniva derubato, e così via, in un vortice contrario.
Perbacco. L’esperimento ha prodotto il suo cortocircuito. Se ci penso adesso, con la mente lucida e senza gli effetti in corpo della macchina, l’ovvietà del risultato mi prende astrattamente a schiaffi. Io, con la mia grande esperienza di utilizzo, avrei dovuto appropriarmi dell’ovvietà già prima. L’oggetto con l’etichetta «felicità» ha prodotto il desiderio della sua inesistenza. L’elettrostimolatore ha suggerito immagini in cui la felicità sparisce. Ma se una felicità possibile consiste nella sparizione del concetto di felicità possibile, se il desiderio può consistere nella sua impossibilità di venire formulato, questa macchina si autodistrugge per cortocircuito. È proprio questo che le è successo.
Ed ecco, guardatemi, sono un uomo felice.

 

Scambi di persona (Anna Karenina, Massimo Giletti, Fabrizio Frizzi)


 

Questa mattina mi sono svegliato pensando a Massimo Giletti, il conduttore televisivo. Non era tanto presto, ma la stanchezza era tanta. Mi ha assorbito un pensiero farneticante di cui non sono rimasti i termini esatti ma che sono certissimo di aver pensato ieri, prima di addormentarmi. Poco dopo cena, ero stato fregato da LA7 – che a volte guardo in streaming per favorire la masticazione – e nello specifico mi aveva irretito un’intervista a Flavio Briatore condotta nella monotonia più totale da Massimo Giletti. Quel Giletti, che nella posa ingenua da bello scarmigliato giocava a fare l’ingenuo, dopo le prime domande era stato completamente risucchiato dall’autorità dell’ospite, Flavio Briatore, così almeno a me era sembrato, e grazie a dei «servizi» aveva celebrato il servizio funebre del buon senso, di cui il senso comune di Briatore è l’ennesima tomba, e io l’avevo maledetto, per come uno spettatore comune e insignificante può maledire un fantasma, con il risultato però che nessuno era riuscito a staccarmi dall’intervista, come succede. Ero crollato nel sonno mentre farneticavo di come Giletti pareva un presentatore di un’altra epoca – se non di un altro mondo – tratto nel qui ed ora per motivi inspiegabili, soprattutto in relazione a una televisione come LA7, che fino a qualche anno fa, prima di venire acquistata da un editore di giornaletti, irradiava qualcosa d’intelligente ogni tanto eccetera. Mi sono svegliato, dicevo. Ed era ancora Giletti a monopolizzare la mia attenzione, benché diafana: mi biascicavo interiormente che così e cosà, ma anziché dirmi «Giletti», dicevo «Frizzi». Credo di non avere mai pensato a Fabrizio Frizzi prima di stamattina. In vent’anni, Frizzi avrà attirato la mia attenzione per una decina di minuti in tutto. Eppure questa mattina, prima di sapere che fosse morto, ho pensato a Fabrizio Frizzi. E il pensiero mi dettava: «Quel Frizzi sembra uscito da una macchina del tempo. Quel Frizzi è stato tratto da un altro mondo e teletrasportato in tivù». Qualcosa del genere. Farneticazioni da primo risveglio.
Poi ho letto nel sito dell’Ansa che Fabrizio Frizzi era morto da pochissimo. E mi sono pentito, non delle recriminazioni contro Giletti, ma dello scambio di persona del tutto involontario. Così, nella distrazione che segue un qualsiasi falso pentimento, sono stato colpito da un’idea: o meglio da un concetto travestito da quesito: di che sostanza è fatto Fabrizio Frizzi? E lo scambio di persona avvenuto nella mia mente ha un senso nascosto? Forse la sostanza di Fabrizio Frizzi – che non ha nulla a che vedere con la carne del suo corpo e che io individuo nello schermo alla luce del quale Fabrizio Frizzi vive ancora e vivrà per sempre finché esisteranno quelle registrazioni – è una sostanza in un certo senso intercambiabile. Anche per chi come me non ha visto Fabrizio Frizzi per un tempo superiore ai dieci minuti, Fabrizio Frizzi esiste in qualità di persona immaginaria, di sistema codificato di relazioni fra spettatore e spettacolo, insomma come carattere. Non a caso gli articoli di giornale e i servizi celebrativi dei telegiornali parlano del suo carattere – mite, generoso, gentile, altruista, umile, bonario, allegro. (E io non fatico a credere che sia tutto vero, mi domando solo in quale modo lo sia, faticando anche un po’ a causa del cattivo tempismo del mio interesse per Fabrizio Frizzi). Ho lanciato la cognizione su queste piste; mi sono fatto trascinare altrove e subito sono tornato sul punto: l’esistenza – o meglio, l’esserci di Frizzi. Mi ha stordito poi subito la risposta alla mia domanda. Ho detto, vergognandomi un po’ (anche se l’ho detto privatamente): Fabrizio Frizzi è come Anna Karenina, per me. Io, telespettatore, ho conosciuto Fabrizio Frizzi attraverso l’intreccio fra le sue azioni (programmate e decise in ragione della finzione televisiva) e le reazioni alle sue azioni che altri personaggi televisivi hanno messo in scena durante lo spettacolo. Così come il personaggio di Anna Karenina è il frutto delle azioni compiute, e delle azioni compiute da altri personaggi in reazione alle sue, il tutto per volere dell’ideatore dello spettacolo (Tolsoj) e in ragione dello spettacolo (il romanzo). In altre parole, si può dire che la commozione di un lettore del romanzo di Tolstoj per la morte di Anna Karenina sia falsa, o ipocrita, o inautentica? Che non sia insomma una vera commozione? Di sicuro lo è se teniamo ferme le premesse: che si tratta cioé di uno spettacolo. E dunque noi, ipotetici lettori di Tolstoj, ci siamo commossi a causa del suo spettacolo. Ma la morte di Anna Karenina ci ha strappato emozioni paragonabili a quelle provate alla morte – ad esempio – di un nostro parente, o di una persona con cui abbiamo avuto realmente a che fare? Paragonabili, dico, quanto alla verità. Quanta verità c’è nella commozione per la morte di Anna Karenina? Questo mi sono chiesto. E poi, ripensando a Frizzi, mi sono detto che no, non potevo accostare il suo personaggio a quello di Anna Karenina e mi sarei vergognato a farlo al di fuori del privatissimo pensiero di un lunedì mattina; solo che poi, leggendo i giornali e ascoltando il telegiornale, ho cominciato ad avvertire quella forma di disagio-da-discorso-del-prete che mi fregò ad esempio quando, al funerale di mio padre, il discorso commemorativo mi portò a pensare per una mezz’ora che il prete avesse una qualche relazione privilegiata con mio padre, per poi afferrare, con certezza, che la persona acquerellata dal buon sacerdote era solo un pallido personaggio in una finzione – quella liturgica – che per sceneggiatura prevedeva un preciso iter delle anime e in ragione di ciò connotava i suoi personaggi provvisori, di passaggio dentro a una bara, affinché questi risvegliassero una determinata categoria di emozioni in chi assisteva (lo spettatore); il disagio-da-discorso-del-prete che sempre mi colpisce quando assisto ai discorsi, o ai «servizi» commemorativi fatti in tivù si è subito infilato in un contesto più ragionevole, quello delle reazioni a uno spettacolo organizzato (anche se la morte non ne fa parte); mi sono spiegato cioè perché mi disgusta il servizio funebre televisivo, sempre e comunque, al di là dell’umanità e del valore della persona defunta, e mi sono fatto una ragione del disgusto. È folle che io sia spinto a scriverne ora, oltre che irrispettoso, ma mi prendo una piccola libertà in quest’angolo privato. Sì, i giornalisti, gli anchorman e i commentatori, e così gli articolisti e i tuttologi delle riviste scandalistiche ci prendono sensibilmente in giro, per ingenuità o per lucro, scambiando quel nostro gentile conoscente defunto per l’amabile Anna Karenina (ma perché ho scelto proprio lei, che è morta come è morta, e non un altro personaggio per questa riflessione, la mia mente non me lo dirà mai), ma proprio io, sbadato, che scambio Giletti con Frizzi e nel giorno sbagliato, dovrei essere interdetto dal parlare dei fraintendimenti del prossimo. Anche se, scambiando Giletti con Frizzi, ho prodotto un fraintendimento minore e meno sconveniente di chi mi scambia il gentile conoscente defunto per Anna Karenina (sì: è una confusione che ho fatto davvero, non è un pretesto irriverente che mi ha ispirato e a cui sono rimasto fedele scrivendo. È, infatti, una coincidenza disturbante).