Tentativo di assenza dai social network

Prima di uscire di casa per una passeggiatina, chiudo la botola dei social network, anzi del social network, non avendo altri “profili” a parte quello su facebook (e il profilo mio più apprezzato, naturalmente, che comprende un grosso naso e una barbaccia nerastra). Sostituisco la foto del “profilo” con un riquadro che contiene l’avviso «Mi assento per un po’». Equivale al cartello del «Torno subito», mitica avvisaglia di libertà del commerciante che, da qualche anno in qua, scarseggia sulle vetrine dei negozi di città rimanendo come comparsa senza il ruolo protagonista dell’autoaffermazione nelle periferie o nei piccoli centri; in città no, un simile avviso, fosse anche motivato da un impellente bisogno oscuro e fisiologico, è una bestemmia per la produttività, è antiestetico e volgare. La presenza, innanzitutto. Èd è così anche nel negozio virtuale, nell’e-commerce della socialità aperto 7 giorni su 7 che è appunto il social. Esco e sono libero. Mi assento per un po’. Più chiaro di così. Nessuno mi cercherà su facebook. Ma che importanza ha! Di solito non mi cerca quasi nessuno, e i pochi che mi cercano sono i miei amici, tutti a conoscenza degli altri modi più o meno pratici – ad esempio uso pochissimo il cellulare – per entrare in contatto con me. Ma quindi perché vedo crescere davanti a me la libertà come una pianta rampicante lungo il sentiero in ascesa verso la città? Perché le percezioni e i sensi ne hanno guadagnato per così poco, e senza che in effetti la mia libertà sia mutata di un grammo? Domande retoriche, va bene. Ma adesso, camminando sul limitare della piazza che affaccia sul larghissimo e lontano plastico della città di Roma, mentre mi decido a guardare il solito paesaggio velato e tremolante con un’altra intenzione, mi riassumo il senso della mia libertà. Sono io che guardo questa particolare luce del giorno, sono io che faccio pensieri miei e dunque di qualità indecifrabile e assolutamente segreti. Io e basta. Si dice che i social network siano i luoghi dell’io-io, dove tutto è coerente e compatto nei confronti di un unico piccolo egoismo (ciascuno ha il proprio, ovviamente, e lo espone in modo più o meno gradevole). Ma forse – scopro – il vero egoismo è far esistere il proprio mondo solo per sé: non fotograferò il maledetto tramonto, né scriverò una frase a effetto che attiri i like del mio prossimo e nemmeno ci proverò: il tramonto è mio, per quanto sia momentaneamente più interessante di un sogno iper pittorico alla Turner – un giallore mai visto che sprigiona qua e là scaglie d’oro placcato e che, assistito dalle basse nuvole temerarie, si supera come colore per stimolare e diventare chimicamente sensazione. Non sarebbe stato possibile pubblicare su facebook una sensazione. Ma avrei potuto scrivere ciò che penso, nell’istante in cui elaboro i pensieri che in un secondo momento (hic et nunc) scriverò: «La letteratura è una forma di realtà aumentata».
Avrei potuto scrivere su facebook questo status: «La letteratura è una forma di realtà aumentata». Ma si sarebbe poi capito? Senza la letteratura che, come in questa paginetta di appunti, riflette su se stessa – sarebbe comprensibile l’aforisma estemporaneo: la letteratura è una forma di realtà aumentata? Immagino quindi di aver pubblicato su facebook la fotografia di quel tramonto così simile a una sensazione con la didascalia di cui sopra: «La letteratura è una forma di realtà aumentata». Lo immagino proprio, davvero, sì. Sono sul ciglio elevato e panoramico e mi immagino di aver pubblicato la mia istantaneità. Ora sono su facebook. Io, il mio bel panorama del momento, la frasetta sulla letteratura, io, io sono su facebook. È un piccolo delirio sperimentale, una conseguenza dell’allontanamento dall’immediatezza, una chicca per la psiche durante una passeggiata al largo di facebook e delle sue dorate sponde, uno scadente miraggio comprato in un negozio cinese che vende sogni e apparizioni di bassissima qualità. Eppure mi succede di vederlo o di sentirlo. Ed è allora che mi rendo conto di non essere davvero fuoriuscito dal social network. La logica della condivisione e della divisione dalla realtà permane. Sono io e non sono io, ma sono sempre e comunque su facebook. So che la letteratura è una forma di realtà aumentata, ma non è abbastanza; difatti non avevo nessuna intenzione di pubblicare la mia istantaneità in facebook ma poi, esaurita la passeggiata, ho pensato che avrei pubblicato il resoconto della mia assenza su facebook.

 
 


 
 

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Scrittura e felicità [appunti]

Ci sono giornate troppo belle e (addirittura) interi periodi in cui mi sento così bene che non trovo mai niente di buono da scrivere. Quando mi capita, sperimento una disperazione per la felicità che, per una chimica dell’animo umano mai chiarita del tutto, mi rende addirittura più felice (addirittura). Disperarmi per non avere nulla da scrivere a causa di un benessere eccessivo mi fa sentire meglio. Alla fine smetto di disperarmi e la felicità trova un suo livello più che stabile. E non scrivo, se non testi privi di aggressività estetica come questo che ho appena incominciato.
Ci sono giornate invece realmente nere, a cui nemmeno la scrittura può porre rimedio, e che anzi, per eccesso d’incandescenza, non si rendono disponibili alla scrittura: deve intervenire una speranza qualunque (un margine di miglioramento in qualsiasi campo della mia vita) ad abbassare l’emergenza di quella disperazione perché si arrivi a un livello d’infelicità produttivamente accettabile, che si possa quindi facilmente infilare tra le pagine di un progetto narrativo senza scompaginarle e senza che il progetto si suicidi per eccesso d’incandescenza; l’infelicità giusta, moderata e per niente paralizzante che si fa linfa per le parole, l’infelicità non totalmente irremovibile pronta a trasformare se stessa in felicità artificiale, da laboratorio, una volta arrivati all’esito estetico più soddisfacente. La felicità artificiale, ecco il sottoprodotto di un buon lavoro di scrittura.
Ma che cos’è la felicità artificiale? È una bella domanda, a cui non si può rispondere senza disilludersi completamente. Certo, è pur sempre possibile convicersi che qualunque felicità sia tutto sommato artificiale, nel senso in cui viene realizzata culturalmente (escluso il sesso; anche se non è nemmeno poi così vero).
Comunque la felicità artificiale è una forma di esaltazione, senz’altro: è, senza esagerazione, un salto quasi fisico che il corpo e i suoi nervi compiono per allontanarsi dalla disperazione e che, momentaneamente, porta a un distacco dalle ragioni dell’infelicità per tramite di un improvviso cambio di priorità: in quel momento anche la fine della vita appare rassicurante, o comunque un’esperienza che si può assurdamente vivere fino in fondo – e se persino l’angoscia di morte è una caramella il resto, a salire, non può essere che una gran bella passeggiata. Questo stato è un livellamento maniacale della semplice onnipotenza dell’infante per cui tutto ciò che è vivibile è anche giocabile. Il divertimento è, nel caso della felicità artificiale, una promessa. È un orizzonte – in termini un po’ più adulti.
La felicità artificiale si nutre di aspettative, ma è come se l’oggetto atteso fosse già stato conquistato e raggiunto. È piacere ricordato di cui si perde il ricordo, e resta il piacere.

 

Sul senso d’attesa [appunti]

Su quanto il tempo abbia per me un funzionamento simbolico potrei dire molto. Ciò che più mi sorprende, però, ripensando in modo un po’ astratto a tutte le notti, a tutte le stagioni di questa mia vita è il senso di attesa, o, volendo essere auto-romanzeschi, la suspense.
Tantissime volte di giorno ho aspettato l’arrivo salvifico della notte, annunciato dal crepuscolo che mi è sempre sembrato un momento dolcissimo. Tantissime volte d’inverno, in una tormenta di neve quando abitavo in montagna o nel freddo umido alle ossa della città, ho atteso ogni giorno con più forza l’arrivo della bella stagione. Anche l’espressione bella stagione mi ha sempre fatto un effetto di sensualità nascosta tutta da scoprire.
Poi arriva il momento atteso. O il momento gigantesco che è poi la stagione. E non succede nulla. Certo, magari il dieci agosto guardo ritualmente il cielo buio alla ricerca delle stelle striscianti, ma una volta rinnovata la consapevolezza che non sono affatto stelle, cioè il minuto successivo, smetto di cercare e passo alla contemplazione interiore di altri paesaggi. Sto ancora aspettando.
Per un certo tempo ho pensato che la cosa attesa fosse nient’altro che lei, la vacanza. Ma la signora vacanza, trascorsa di solito con gli amici o con la fidanzata del momento, si risolveva in una corsa stancante tutta ostacoli immaginari, molto divertente ma, alla fin fine, di nessuna soddisfazione.
Sul finire dell’estate, il senso d’attesa diminuiva (e diminuisce). Proprio come sul finire della notte, le volte in cui per qualche eccezionalità aspetto la ferità dell’alba.
Accade come nei romanzi che leggo: e cioè i romanzi che non funzionano precisamente con una trama fornita di capo e coda, ma si sfaldano o si sfarinano di pagina in pagina, e ti lasciano, una volta chiusa la retrocopertina, con un grande senso d’attesa, di suspense per l’esistenza. I romanzi dove tutto è chiaro e gli ingranaggi ticchettano dalla prima all’ultima pagina, i romanzi ben fatti si chiudono in un silenzio che mi soddisfa e mi fa mancare l’aria. Questi romanzi muoiono, in un certo senso. E quegli altri no.
Per me la scrittura è questo (e così anche la lettura): dare un nome, parole e immagini all’immenso e struggente senso di attesa che mi occupa l’orizzonte interiore.

 
 

[Una storiella]



 

Il dottore e il cane

 

Una volta il dottor Gasperi, il mio neurologo, raccontò pacificamente a un gruppo di pazienti in attesa di chissà cosa nel corridoio dell’ospedale Sant’Anna una storia che a me, e forse anche al signore coi baffi che non smetteva di guardarmi e sorridere, parve all’inizio una degna invenzione del dottore (che di solito raccontava strane barzellette, e piuttosto macabre, durante i nostri colloqui, di cui si assumeva la responsabilità creativa). Raccontò di un uomo sui quarantacinque, dai capelli rossicci e gli occhi molto intensi, la cui mente era stata spazzata via da una forma di demenza che non ricordo, che si era mangiato quasi fino all’osso la carne di un braccio, e se non fosse svenuto per il dolore avrebbe continuato. Invece lo trovò il mattino seguente la sorella minore che, dopo essersi vomitata sul vestito, riuscì a spiegare al 113 l’accaduto vincendo la terribile balbuzie che l’affliggeva dalla tenera età: «Ca-cane… mo-morso!» Ma i bravi dottori dell’ospedale Sant’Anna si accorsero che era accaduto ben altro e, dopo aver ricucito il possibile, consegnarono l’uomo al reparto competente, dove fu legato e liberato al quarto giorno, pesantemente sedato, e ciò nonostante continuò a vedere un cane nella stanza, anche durante le visite (la sorella, due vecchi amici – i genitori entrambi morti). Il cane doveva essere molto aggressivo con lui, perché l’uomo scostava improvvisamente il volto e gridava disperato: «A cuccia! Buono!» La sorella raccontò al neurologo che nell’infanzia avevano avuto un cane, un labrador dolcissimo, che in un accesso di rabbia provocato dall’alcol il loro genitore aveva ucciso investendolo con l’automobile nel giardino. Raccontò questa storia balbettando moltissimo e spiegando che proprio all’origine della storia c’era la sua… ba-balbuzie. Il neurologo allora interrogò il paziente e il paziente guarì.
«Vede un cane nella stanza?»
«È dietro di lei…»
«Me lo descriva».
«È un labrador nerissimo… Ha gli occhi neri… I denti guasti, neri…»
«Crede che sia vivo?»
«Veramente non saprei…»
«Se fosse morto, pensa che potrebbe essere arrabbiato con lei?»
«Guardi… Che cosa mi ha fatto…»
«Il braccio guarirà. Sua sorella mi ha raccontato che lei continua a vedere questo cane. Quando è ricomparso per la prima volta?»
«L’ho ritrovato… Era seduto sulla tomba… Di nostro padre».
«Quando?»
«La vigilia di Natale… O il giorno prima della vigilia di Natale… Comunque intorno a Natale…»
«Pensa che se ne andrà prima o poi?»
«Lui vuole uccidere papà…»
«E ha scambiato lei per suo padre?»
«Penso di sì…»
«Facciamo così: ora il padre sono io. Lo dica al cane e facciamola finita».
«Lui la ucciderà…»
«Il suo papà?»
«No, il cane…»
«Sì sì, è proprio ciò che voglio».
Il mio neurologo raccontò nel corridoio dell’ospedale che la lotta fu impari. Mimò anche, spalle al muro, il momento della lotta in cui il paziente ebbe le fauci sulla gola del dottore, mentre due infermieri guardavano attoniti e rispettavano il tassativo ordine di lasciar fare, a qualsiasi prezzo. Ma la lotta fu impari, per fortuna, o io non avrei avuto la fortuna d’incontrare il mio strano neurologo. E poi, quando la bestia rallentata dagli effetti dei sedativi si stancò completamente, e quasi svenne, il dottore gridò, e gridò ora nel corridoio: «Maledetto cane, tu mi hai ucciso!»
Eravamo un po’ increduli, io e il signore con i baffi. Così il neurologo ci mostrò una cicatrice, dopo essersi sfilato per metà il camice, una cicatrice che pareva senz’altro di un morso, nettissima, appena sotto la spalla destra.
E per dimostrare che l’episodio era rimasto vivido nella sua coscienza di medico, imitò quel matto (guarito improvvisamente) e il suo terribile guaito, infine ululò, ululò nel corridoio con grande spavento del nostro gruppetto, impersonando a sbalzi quel tale, l’uccisore di cani, l’alcolizzato genitore del paziente, per poi tornare serio e sobrio nel silenzio generale rotto, spaventosamente, dal riso equino di due infermiere grassocce che passavano di lì.

 

 

Due cose sul piacere sessuale (e sul dolore)


 

Negli ultimi tempi mi capita spesso che in un momento qualunque della giornata un malessere di origine gastrica mi prenda in ostaggio per lunghi quarti d’ora. Quando lo sento arrivare, nel timore di uno svenimento, vado a sedermi sulla prima superficie adatta. In attesa che mi passi, sono attraversato dai soliti pensieri bui. Contribuisco facendo mente (e corpo) locale attorno alla circostanza di questo male che dura, in varie forme, da quindici mesi: all’inizio mi ha predato come pura e semplice tonsillite cronica (vale a dire 2 o 3 influenze al mese della durata di una settimana cadauna), poi l’ho sentito trasformarsi in una febbriciattola permanente che per tutta estate mi ha costretto a girare col maglione sentendo i brividi per il freddo a ogni innocua ventata, a questo stadio il problema era più di tutto la percezione della temperatura: mi sentivo nella condizione termica dei morti, pur conservando una certa vis motoria.
Poi mi alzo dalla sedia, o dall’oggetto che ho utilizzato a questo nobile scopo, e mi sento molto bene. Non mi sento meglio di come stavo prima del malore. Giudico però la situazione incredibilmente migliorata rispetto alla pre-morte di poco fa: è il motivo per cui mi sento molto bene. Di solito, appena il malore è terminato, avverto un piacere indeterminato che identifico immediatamente come qualcosa di molto diverso dal piacere. Evidentemente il mio corpo non sa distinguere tra assenza di malessere e piacere, come tutti i corpi di questo mondo. O almeno è così che mi dico, e mi capita una volta su due di pensare al piacere sessuale, a come, più spesso di quanto vorrei, mi viene da ipotizzare che l’orgasmo sia una semplice interruzione del dolore. È un pensiero sicuramente banale che mi accompagna e informa il mio stato di salute per il successivo quarto d’ora. Quando riprendo ciò che facevo prima del malessere, tutti questi pensieri sono stati oscurati dall’abitudine, e la distinzione fra piacere e dolore è ritornata ai livelli normalizzati e comuni degli esseri in piena salute, non mi sento più vittima di un dolore costante, organico – e normale – la cui interruzione è stata affidata dalla Natura al coito, ma mi guardo con attenzione e mi giudico virtualmente immune dal dolore (la memoria degli esseri umani lavora costantemente alla rimozione del dolore e all’esaltazione idealizzata del godimento) fino alle successive avvisaglie che mi riportano al precipizio oltre il quale il mondo è un travestimento del dolore.
Mentre penetro la donna con cui faccio regolarmente l’amore, quel residuo pre-filosofico vorrebbe risucchiarmi ma glielo impedisco sempre.