Il sospetto di non avere vissuto

Mentre mi faccio condurre dalla spensieratezza e guardo le solite insegne, vetrine, strade, penso a quanto il mio raggio d’azione sia breve e a come, sebbene la vita mi garantisca un certo numero di possibilità, mi scopro sempre a girare intorno alle stesse cose (insegne, vetrine, strade e non solo). Sì, ho abitato in quattro città diverse e, mi dico nel tentativo di correggere la prevedibilità che mi sono appena attribuito, mi sono radicato in tre diverse regioni d’Italia: la Lombardia, l’Emilia Romagna, il Lazio. Persino quando da queste parti mi domandano a quale luogo del nord devo i miei natali, accusandomi implicitamente di non avere l’accento caratteristico di queste parti, io rispondendo la verità mi accorgo con molta sorpresa che a dispetto di come appaio al mio sguardo auto-critico (e cioè come un individuo radicato, abitudinario e tutto sommato noioso) ho vagato parecchio e mi sono abituato necessariamente a luoghi e costumi fra loro diversi. Raccontandomi, mi sembra di essere posseduto da un altro soggetto. Mi abitava un altro, mentre io abitavo vicino Como, o in centro a Bologna? Allora, anch’io ho vagato, penso. Anch’io ho vissuto – è il sottotesto. Sì, perché il timore di avere poco vissuto mi sorprende sempre, a tutte le età. Non sarebbe tanto strano se a due anni, prima di arrivare a macinare la lingua compiutamente, io avessi creduto con tutto me stesso di avere vissuto poco o niente nella vita. Dev’essere un sentimento in grado di agganciarsi agli ingranaggi del tempo condizionandone il funzionamento. Comunque, guardando le pieghe morbide del tessuto bianco che appartiene alla gonna scampanata esposta in una vetrina del centro di Tivoli, mi scopro a guardare la stessa vetrina e lo stesso capo d’abbigliamento dell’altro ieri, probabilmente anche dalla stessa prospettiva e magari dallo stesso metro quadrato di terra. La luce è diversa, è acquatica e avvolgente, lievemente violetta nei riflessi del rettangolo di vetro. L’altro ieri era invece fredda come il cielo e il clima. La gonna era un’altra. Mentre mi muovo dal dominio della mia ombra, so di aver visto la stessa gonna bianca e di averne per così dire vissuto un’altra. La luce, il cielo – insomma la cornice – mi impone il significato e mi porta a considerare il quadro in un altro modo. Lo vedo, come si dice, sotto una luce diversa. Ma la luce è ciò che rende possibile la vista, e la vista è ciò che rende possibile la piena esperienza del mondo. Cambiando la luce, la vista e perciò l’esperienza si ritrovano a contemplare un oggetto cambiato, e la gonna di ieri non è più veramente la stessa. Mi imprimo a forza nella mente il dubbio che questo discorso para-filosofico articolato durante il passeggio sia l’ennesimo alibi, ma, in realtà, mi ritrovo a pensare a come, nel corso degli anni, gli alibi occorsi nel momento del bisogno, venuti in soccorso al mio timore di non avere abbastanza vissuto, si sono sempre e comunque dimostrati più veri di quel timore, perché gli alibi che spazzano via le paure come nuvole in un cielo autunnale hanno dalla loro parte la verità della vita mentre le paure restano indimostrabili. Chi può dire se ho visto abbastanza? Se i cerchi entro cui ho limitato la mia vita sono sufficienti a sbuggerare il sentimento della non vita? Gli alibi sono veri, purché siano formulati in modo convincente. È una questione di persuasione, di retorica, di fanatismo. So di gente che fonda la propria duratura felicità su alibi altrettanto duraturi, ma falsi come l’oro di un anello ritrovato dentro un uovo di Pasqua. Tuttavia, è vero che, per quanto io abbia vagato, nelle quattro città che mi sono scelto ho sempre e comunque circoscritto i movimenti entro un raggio d’azione piccolo: sono andato a passeggio sempre nelle stesse zone, a meno di avere ragionevoli motivi per variare; mi sono rifornito negli stessi negozi e addirittura, in caso ci fosse più di una cassa, preferibilmente ho pagato alla solita. Ma la cornice di sentimenti, colori, lune, pensieri non è mai poi la stessa. Lo penso nel momento in cui l’ombra non mi appartiene più. Sono entrato sotto l’arco di pietra vecchio e indistruttibile, grigiastro e ruvido al tatto che anticipa il tratto di asfalto friabile, molto scuro, irregolarmente rettangolare dove sosta, come al solito, quel gatto dal pelo soffice e rossiccio, somigliante più che altro a un grosso topo, che forse ha intuito le mie abitudini e mi aspetta per prendersi una carezza, un’abitudine strana, insolita per un gatto di strada, che mi sorprende in ogni occasione sotto una luce nuova.

 

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Ancora attese

Ci ho pensato poco dopo il risveglio. Avevo fatto un sogno in cui i referti medici mi assalivano nella sala d’aspetto del laboratorio, io cercavo di scacciarli come un bambino avrebbe fatto con delle enormi farfalle immaginarie. Mi si posavano sulla testa, e si facevano toccare da me poiché, in tutta evidenza, non c’era convinzione nel mio gesto. Da una parte non era sbagliato scacciare quegli esseri invidiosi che ronzavano attorno alla mia testa e alla mia salute. Dall’altra mi attaccavano alla radice sanguinolenta di tutti i miei dubbi (sono o non sono malato?) e non li avrei mai soppressi senza prima essermi fatto spiegare da loro le mie lacune e i deficit dei livelli immunitari. Dovevo essere pazzo per arrivare a distruggere le prove della mia eventuale salute perfetta, e loro, i referti avrebbero potuto risolvere in un niente, anche nell’aria grigia e appiccicosa di quella perversa sala d’aspetto, tutta la questione: “Tu non sei malato”, avrebbero potuto gridarmi i referti, se solo avessi avuto un momento per leggerli attentamente. «Da quattordici mesi, hai otiti e tonsilliti e avverti costantemente un freddo eternamente invernale. Oltre ai guai allo stomaco, al piscio nauseabondo. Per ragioni passeggere. In verità tu non sei malato, non hai niente». Ma si sarebbero espressi davvero così positivamente? Avevano il potere di terrorizzarmi e nulla mi poteva far credere che avrebbero usato pietà nei miei confronti. Io detestavo il loro volteggiare, ma i referti avevano potere di vita e di morte. Mi sono svegliato, eppure l’inquietudine era ancora cieca e aveva l’effetto di una nube tossica entro cui invisibilmente la scena del sogno accadeva e mi coinvolgeva a un livello profondo, ma senza che potessi capire cosa fosse successo, cosa cazzo avevo mai sognato.
In un minuto la nube si è diradata, e la visione nitida della scena delle farfalle ha sortito l’effetto di lanciare l’adrenalina sui bersagli nervosi e sensibili, poi la luce gialla, stagnante, reale ha fatto il resto.
Al laboratorio delle analisi, di cui il sogno aveva riportato i tratti più spaventosi ma che adesso potevo ridimensionare e schiacciare sulla realtà materiale, facendomi impressionare dall’atmosfera grigia senza che questa mi invadesse fino all’ultimo antro polmonare, ho affrontato la questione in maniera estremamente civile. Ho chiesto: «Posso pagare con il bancomat?» «Certo», mi ha rassicurato la ragazzona con tutto quel trucco. Ho preso la busta da lettera, l’ho messa nella tasca dei jeans. L’aria esterna era mossa e ha avuto la grazia di portarmi via i residui di sogno e di inquietudine. Mi sono seduto alla panchina. Non è meglio fare sempre certe operazioni da seduti? Ho avuto il bagno di verità: il valore della VES e il numero delle piastrine sono fuori dallo standard. Dovrà dirmi tutto (oppure niente?) lo specialista che guarderò in faccia provando a decifrare le sfumature espressive – tra non meno di quattro giorni. Ancora attese.

 

Sogno d’anarchia

Nel sogno che adesso mi ha svegliato sgambettavo con energia sul vialetto interno al giardino di una villa, e tuttavia stavo fermo. Il sogno aveva il potere di non farmi avanzare che a una velocità di pochissimi centimetri al minuto, malgrado mettessi nella corsa un’energia sempre crescente e a ogni istante più disperata. Forse per non dare credito all’inspiegabile immobilità, non rivolgevo lo sguardo a terra. So che a un tratto ho intuito che guardarmi intorno ed evitare lo sguardo in basso – per quanto l’intorno rimaneva sempre uguale a se stesso svelando il supplizio dell’immobilità – mi proteggeva da una verità che io già sapevo ma che non potevo assolutamente tollerare mi venisse ricordata. Per qualche ragione, dovevo fingere anche di divertirmi nella pantomima, dunque, con una fatica assai meccanica, tiravo i lembi della faccia e preparavo un buon sorriso (un poco piegato dallo sforzo). Non c’erano ragioni sociali per fingere, perché il sogno era deserto. Se ogni dettaglio del paesaggio – la villa enorme con le finestre murate, i pini scheletrici e le colline lontane e irraggiungibili – poteva anche darmi la sicurezza insormontabile che non ero osservato da nessuno, che l’annaspare ridicolo sarebbe rimasto tra me e me, io dovevo fingere. Ma per chi? Questo conflitto aveva nel sogno un andamento lieve e mi attraversava l’eccitazione come un sovrappensiero a cui è bene dare molta importanza ma che è conveniente lasciare a se stesso, dovevo fingere di gradire la finta corsa e pace. Quando il limite è stato superato e il blocco ha ceduto liberandomi nella corsa, avanzare lungo il vialetto è stato più doloroso che se stessi inoltrandomi in un terribile incendio. Non è stato il dolore a svegliarmi, ma lo scandalo incomprensibile della mia anarchica, audace e libera corsa.

 

Due cose sul piacere sessuale (e sul dolore)


 

Negli ultimi tempi mi capita spesso che in un momento qualunque della giornata un malessere di origine gastrica mi prenda in ostaggio per lunghi quarti d’ora. Quando lo sento arrivare, nel timore di uno svenimento, vado a sedermi sulla prima superficie adatta. In attesa che mi passi, sono attraversato dai soliti pensieri bui. Contribuisco facendo mente (e corpo) locale attorno alla circostanza di questo male che dura, in varie forme, da quindici mesi: all’inizio mi ha predato come pura e semplice tonsillite cronica (vale a dire 2 o 3 influenze al mese della durata di una settimana cadauna), poi l’ho sentito trasformarsi in una febbriciattola permanente che per tutta estate mi ha costretto a girare col maglione sentendo i brividi per il freddo a ogni innocua ventata, a questo stadio il problema era più di tutto la percezione della temperatura: mi sentivo nella condizione termica dei morti, pur conservando una certa vis motoria.
Poi mi alzo dalla sedia, o dall’oggetto che ho utilizzato a questo nobile scopo, e mi sento molto bene. Non mi sento meglio di come stavo prima del malore. Giudico però la situazione incredibilmente migliorata rispetto alla pre-morte di poco fa: è il motivo per cui mi sento molto bene. Di solito, appena il malore è terminato, avverto un piacere indeterminato che identifico immediatamente come qualcosa di molto diverso dal piacere. Evidentemente il mio corpo non sa distinguere tra assenza di malessere e piacere, come tutti i corpi di questo mondo. O almeno è così che mi dico, e mi capita una volta su due di pensare al piacere sessuale, a come, più spesso di quanto vorrei, mi viene da ipotizzare che l’orgasmo sia una semplice interruzione del dolore. È un pensiero sicuramente banale che mi accompagna e informa il mio stato di salute per il successivo quarto d’ora. Quando riprendo ciò che facevo prima del malessere, tutti questi pensieri sono stati oscurati dall’abitudine, e la distinzione fra piacere e dolore è ritornata ai livelli normalizzati e comuni degli esseri in piena salute, non mi sento più vittima di un dolore costante, organico – e normale – la cui interruzione è stata affidata dalla Natura al coito, ma mi guardo con attenzione e mi giudico virtualmente immune dal dolore (la memoria degli esseri umani lavora costantemente alla rimozione del dolore e all’esaltazione idealizzata del godimento) fino alle successive avvisaglie che mi riportano al precipizio oltre il quale il mondo è un travestimento del dolore.
Mentre penetro la donna con cui faccio regolarmente l’amore, quel residuo pre-filosofico vorrebbe risucchiarmi ma glielo impedisco sempre.

 

Il Tirchio (o la proiezione mentale attraverso cui sfangarla in questi casi)


 

Il ragazzo cammina in circolo. Guarda la gente con un’intenzione specifica. E che intenzione. Mi gonfio bene il petto di tutto il pregiudizio borghese di cui sono capace. Si vedrà? Devo calzare la mia armatura più impenetrabile. Non mi piace essere abbordato per strada, e da un uomo con la barbaccia marrone. Sono alla canna del gas, ma non vedo perché dovrei muovere giustificazioni. Tipicamente bianca sul verde praterello, la scritta «Greenpeace» si avvicina a ogni passo che calco. Davvero il ragazzotto ha puntato me. Mi giustifico sempre questi abbordaggi con l’autocritica che ho il viso bonario: sembro veramente poco aggressivo e, come nella giungla, anche in via Trevio la vittima migliore è la più debole. È una bella giornata e il sole dilaga tra gli argini dei palazzi: il centro storico di Tivoli, come la città tutta, non è mai completamente in luce, il vero sindaco che governa questa città è lo stesso da sempre e il suo nome è Umidità. Scantono nell’ombra più prossima, ma il ragazzo effettua un’incredibile torsione e me lo trovo accanto, sguardo di ferro appena lucidato.
«Scusa, conosci Greanpeace?» mi dice.
Mi volto in cerca di un destinatario per la questione, ma l’unico possibile, un vecchio che sicuro bighellona dal giorno in cui è diventato pensionato, guarda di fronte a sé, da cieco.
«Come no!» esulto appena invaso dalla letizia, non so elaborare altra strategia. Infatti, è spiazzato: per prassi la prima difesa del passante è l’aria ignorante, aggressiva e paonazza di chi è appena stato partorito.
Si è ripreso quasi subito. «Allora ti va di…» Mi do alla farneticazione interiore, che come sempre mi isola in un limbo grammaticale da cui, in un modo segretamente ossessivo, considero il valore grammaticale dei termini: in questo caso, allora è congiunzione conclusiva. «Allora cosa? Cioè, a partire da quali premesse? Oggi è bel tempo. Allora, vado a pesca. Domani è domenica, allora oggi è sabato. Eccetera», articolo nel mio raziocinio più elusivo.
«…di darci una mano?» dice. Una mano…
«Mi scusi», prendo tempo e, per un riflesso indecente, mi guardo una mano. Come se fossi disposto in qualche modo a staccarmi la mano destra, con il polso sottile e le vene più azzurre del solito, per fornirla in gran pompa a quello di Greenpeace. Ma l’illusione decade.
«Una mano sì», dico uscendo dalla letteralità, «ma non i soldi».
Mi spiega che non vogliono soldi. Allora tiro un sospiro di sollievo (allora, congiuzione conclusiva). «Non prendiamo soldi, chiediamo una quota di partecipazione che può versare in un altro momento».
Ah.
«Guardi, sono tirchio».
«Che dici?»
Il fatto è che messo alle strette, come tutte le persone timide, produco reazioni imprevedibili persino ai miei occhi.
«Sono tirchio», mi abbandono alla perentorietà. E ne sono subito soddisfatto. Infatti, mi narro che se avessi risposto «Non ho soldi», il ragazzotto e la sua barbaccia mi avrebbero domandato: «Ma perché?» Mi è già capitato una volta, ma non con quelli di Greanpeace, non ricordo a quale scopo: «Non ho soldi», «Perché?», «Perché non crescono sull’albero». La risposta giungeva come se fosse dettata dal mio sfortunato nonno direttamente dall’aldilà. Oggi nessuno si esprime così. Però, sul momento, mi ha soddisfatto parecchio. Comunque non fa niente, adesso ho sfoggiato un altro archetipo, un’altra carta: il Tirchio.
«Purtroppo sono tirchio…»
«Non ti interessa del mondo in cui abitiamo?»
«Mi interessa molto».
«E allora».
«Allora…»
«Si può collaborare anche con poco».
«Quanto poco?»
«Trenta euro».
«È troppo».
«È il costo di un caffè, tutti i giorni per un mese».
«Con questa storia del caffè, ti propongono di abbonarti dovunque. Il costo di un caffè. La verità è che il caffè è un consumo voluttuario a cui puoi rinunciare in qualsiasi momento. Se ti affacci in un bar, e ci ripensi dopo esserti sporto troppo, puoi svicolare domandando un’informazione qualsiasi. ‘Mi sa dire dove, per il colosseo’? Ma in fondo avresti voluto chiedere un normale caffè, e ti sei pentito, quante volte succede giovanotto? Le svelo un segreto: molte volte».
«Ma allora è una malattia…»
«Allora sì, una malattia che preserva da una malattia più grave: la miseria».
«È mostruoso».
«Ma umano».
«Che lavoro fai?»
«Scrivo per i miei nervi».
«Sì, lo so che non sono affari miei. E poi, io sono soltanto la proiezione psichica della persona – barbaccia grigia, stessa maglietta – che ti ha importunato due minuti fa, e a cui, di riflesso, stai rispondendo per tramite mio. Avresti voluto essere con lui altrettanto spigliato e virgoroso, ma non è andata così e allora adesso ti stai rifacendo su di me».
«È così», dico.
«Vuoi parlarmi ancora della tua tirchieria?»
«No, mi sono sfogato».
«Passerai ad altri pensieri?»
«Eccome, voglio dimenticare l’ennesimo paltoniere con cui ho dovuto giustificarmi: ‘Non ho soldi’. Come se l’elemosina fosse un principio del quieto vivere».
«Sicuro di non avere bisogno di dire altro? In fondo sono una proiezione mentale passeggera, non mi ritroverai semplicemente volendo, sono il risultato di incroci cognitivi eccezionali».
«Hai ragione, sì. Stronzo, ma perché non vai a farti fottere?»

 

Siamo umani (o un ragionamento troppo umano)

Non afferro perché alle dieci del mattino di una giornata ancora da scrivere mi rilassa tanto leggere cosa è accaduto nel giorno andato. Comunque, scorro le notizie dell’Ansa – che da un paio di mesi ha tolto ai lettori la possibilità di depositare commenti sotto gli articoli e che per questo continuo a ringraziare ogni giorno, visto che, quando ancora si poteva commentare, non riuscivo a evitare di leggere i commenti coglioni e spesso crudeli dei cosiddetti haters che dove moriva qualcuno sprizzavano gioia e, se l’assassino veniva arrestato, sprizzavano gioia per la gioia di vedere i nostri tribunali in azione, salvo mesi dopo insultarli per non aver comminato all’assassino i sacrosanti duecento anni di carcere, e via così, il circolo della rabbia e dell’odio si chiude insieme all’interesse per quel thread – e ora leggo della povera donna uccisa dai parenti per aver scelto di sposare «un italiano», scrive l’Ansa, ma è più probabile, penso, che la donna sia stata ammazzata perché aveva manifestato il desiderio di sposare qualcuno di diverso dai parenti assassini, qualcuno che non fosse della banda, della tribù, del clan – e poco importa che il futuro sposo fosse italiano e la famiglia della donna pakistana, quanto importa che gli uccisori siano iscritti alla specie umana, in questo momento, almeno per me, essendo io in radiosa contemplazione del mio animale domestico, un coniglio dal muso bianco e grigio e gli occhi bluastri, immobile sul pavimento di fronte al tavolo su cui ronza il computer, un coniglio che mi fa compagnia da cinque anni e che ho battezzato Hemingway, come lo scrittore coraggioso, che quasi, con la sua grazia e il suo piglio, ha sovrascritto nella mia mente il nome dello scrittore Hemingway, a mio sindacabile parere uno scrittore molto sopravvalutato, e che appunto il coniglio ha quasi completamente sostituito nel mio immaginario – dico davvero – nella misura in cui se oggi qualcuno pronuncia «Hemingway» a me viene in mente il muso bianco e grigio di Hemigway e, solo poi, «Addio alle armi» o i quarantanove racconti di cui al tempo avevo apprezzato la vivida animalità, ma non ci posso fare nulla, ormai il più è stato fatto, il muso di Hemingway è al mio sguardo quasi interamente umano e, sempre, irreversibilmente mi investe con il suo memento umanizzante che suona più o meno così: «Io non sono più umano di voi, siete voi ad essere più animali di me…» e così adesso, nel metabolizzare quella notizia, e forse anche nel tentativo – umano – di neutralizzare il peso di quella notizia annullandone la volgare trappola dell’immedesimazione, mi trovo a riflettere sulla ferocia e su quanto gli animali addomesticati piacciano alla gente (e quindi anche a me) e rilevo con dispiacere che degli animali piace alle gente (e quindi anche a me) il tratto umano, o in ogni caso umanizzante, per la stessa banale confusione che porta la gente (e quindi anche me) a detestare l’animalità della gente, l’aspetto bestiale che, come in questo caso, fa prevalere l’istinto territoriale sulla libertà, il bisogno di controllo sulla pietà, la leva della violenza su quella della ragione, e così una persona viene sgozzata dai propri simili e muore come non dovrebbero morire le persone, questo dice il senso comune, questo dico anch’io, e anche gli haters, i commentatori forbiti a cui è stato interdetto l’insulto a ciclo continuo nel sito dell’Ansa ora libero dai loro guaiti, direbbero più o meno questo: «Sono delle bestie, loro, gli altri tutti, non hanno niente di umano», il medesimo contenuto che mi è balzato nella mente un attimo fa, mentre guardavo il muso grigio e bianco e gli occhi bluetti di Hemingway, e ho trascritto in queste righe: sono delle bestie, e noi – caro Hemingway – siamo umani. O no?

 
 

Il pozzo (in cui gli scrittori possono precipitare)


 

Nelle ultime due settimane ho buttato in inchiostro trenta cartelle. Due settimane faticosissime. E oggi il testo mi ha dato il colpo di grazia. Era stata una giornata tranquilla. Ho rimasticato il racconto, perché si trattava di un racconto, e mi sono fatto annacquare da un sospetto: non starò scrivendo qualcosa la cui destinazione riguarda l’insieme ristrettissimo di persone che condividono un certo immaginario (→ quattro gatti)? È il sospetto di sempre. Quando scrivo, e dopo molte pagine, mi visita la sicurezza che si tratta di una cosa per pochi. E io traduco con: cosa da poco. Succede sempre. Mi rompe le scatole questa sensazione e io, pienamente succube, la ascolto. Ma che significa? Se dicessi, per esempio, che mi si para davanti un tizio coi baffi, e dicessi anche che la sua faccia somiglia troppo a quella di un certo editor (senza baffi, ma noto e perciò innominabile) chiunque mi griderebbe che sono un po’ sfigato.
L’editor in questione non ha voluto pubblicare il mio romanzo, legittimamente. Io ci ho sofferto, legittimamente. Ma che io veda quel tale ogni volta che il sospetto mi sale alle tempie, e che lo veda nella veste (o nella personificazione, diciamo) del Mercato, getta in cattiva luce la mia tenuta psicologica. Non che sia rilevante tenere alta la bandiera della lucidità, o non tanto, però la razionalità impone che il tale non possa oltrepassare la propria individualità per visitarmi in rappresentanza del Mercato (che ovviamente non vuole saperne delle mie opere – presunte, opere, dice). Ma le mie cogitazioni non trasudano razionalità, si vede, perché il tale mi visita e mi impedisce di continuare a scrivere. Come? Dipende: oggi, per esempio, è successo che al termine di una frase molto lunga ho dovuto rileggerla, cosa che non mi accade spesso, scrivo come si dice «di getto», e, dopo il punto, il vuoto mi ha risucchiato. Non dico lo spazio bianco (o il blocco dello scrittore a effetto ritardato). Ho penetrato il vuoto con questi occhi, stavo precipitando non so dove, ma sfioravano il mio corpo grumi di vuoto (o addensamenti di nulla, è lo stesso) come se io sprofondassi dolorosamente in una vertigine disomogenea, piena al suo interno, se così si può dire, di vuoti di concentrazione diversa. Uno di questi grumi mi ha spappolato la milza, terribile, ma era una milza vuota e io, inconsapevolmente, ero stato svuotato. Perché anche le mie ossa davano proprio l’impressione di essere cave – come quelle degli uccelli. Soltanto che gli uccelli non si farebbero attrarre così passivamente da una vertigine. Afferravo la vacuità delle ossa e, nel frattempo, un grumo di vuoto concentratissimo mi fracassava il cranio, povero cranio, che suonava mortalmente vuoto, poi contemplavo il bianco uniforme che la caduta mi costringeva a inghiottire con la bocca, con gli occhi, con le orecchie, e finalmente piombavo addosso a qualcosa. Tutto ciò mi capitava senza che avvertissi lo scorrere del tempo, e per questo sono stato costretto a abusare dell’imperfetto per snocciolare in parole la mia fantasia. Ma la questione temporale è troppo complicata, andiamo oltre. Ho spalancato le cavità oculari (il vuoto mi aveva svuotato gli occhi). Dove ero capitato? Sulla superficie trasparente, in piedi a braccia conserte mi sfondava le rovine del corpo quel tale, o meglio il Mercato. Solo guardandomi riusciva a polverizzare tutto ciò che la vertigine aveva risparmiato: le unghie, per esempio, e i peli del petto (chi sa perché). Io lo riguardavo, senza suppliche né paura. E lui, il Mercato, mi spaccava gli ultimi nervi. Lo vedevo e mi comunicava l’idea di Superman che buca il nemico con i raggi laser degli occhi senza che il nemico possa urlare o ribellarsi alla passività vergognosa impostagli dal regista o dallo sceneggiatore. Una roba inspiegabile, tanto che ha risucchiato persino le parole che sto scrivendo (paradossalmente in anticipo). Il Mercato si è fatto contemplare da me, ormai vuoto puro, e il suo sguardo squassava il vuoto circostante, come se lui volesse verificare, forse a partire dai deboli contorni che mi avevano circondato, la mia riduzione a vuoto. Su quel fondale trasparente nell’immenso bianco, ho agguantato la situazione (per come un nome vuoto può agguantare qualcosa). Il bianco brillante, altissimo in cui ero stato aspirato, di cui lo spazio al termine dell’ultima frase scritta era nientemeno che l’inizio inimmaginabile, era il vuoto di pagina in cui gli scrittori non letti sprofondano e si svuotano (nel nome, nell’esserci e quindi nella corporeità). Gli oggetti, o meglio le forme che avevo percepito durante lo sprofondamento nel pozzo bianco, erano tutti i miei simili. Adesso anch’io potevo essere intruppato – persona vuota e quindi grumo più densamente vuoto rispetto al bianco – dai corpi ancora interi delle vittime prossime del Mercato. Ma come succede che si sprofonda qui in fondo, e quali sono precisamente gli emissari del vuoto (cioè del Mercato), oltre al mio editor falsamente baffuto, io non so dirlo. Io, caduto nello spazio bianco alla fine dell’ultima frase, posso soltanto chiamarvi a squarciagola.