Esperimento con mosca

Dell’estate 2017 ricorderò sicuramente l’eccidio di 119 mosche, in un giorno afoso che non saprei individuare; quando la sicurezza che una colonia arrogante aveva preso la nostra casa fu più di una sicurezza, al punto di valutare la possibilità della disinfestazione, ma poi, considerati i costi, è stato sano e intelligente acquistare una paletta apposita e giù, qua e là e lassù, giù forte, ancora qua – pausa pranzo – e poi un colpo vibrato sul frigo da far perdere al frigo la sua temperatura, o quasi, e ancora ancora ancora; fino a sera, quando al pavimento ce n’erano un gran tappeto a farci sentire due killer, o due genocidi – pausa per cena – e poi le ultime rimaste per chiudere in mostruosità.
Questa è la premessa.
Oggi, dopo tanto silenzio per i cieli del soggiorno, sono ritornate due messaggere di fastidio, uccise a grandi palettate. (Sembra buffo a leggerne, forse; ma le mosche sono in grado di renderti la vita difficile, quasi un inferno). Ho ripreso a leggere il romanzo per la terza volta, o quarta, avendo fallito qualche squartamento a colpir nel vuoto, ma all’ennesima, ennesima interruzione a causa delle ricognizioni di una sciagurata alata mi sono arrabbiato.
E qui comincia l’esperimento:

C’è un essere vivente, che per comodità scientifica dobbiamo chiamare neutralmente se non vogliamo personalizzare eccessivamente l’episodio. L’essere vivente A.
La mosca è Z, sia per evidenti nessi fonosimbolici (zzzz, fino a un istante fa), sia perché all’estremità opposta rispetto a A nella corsa evolutiva; la mosca è Z.
A colpisce Z.
Z è steso a terra, morente. Ma è davvero morente Z? A non lo sa davvero; lo suppone ed è per questo che si prepara all’esperimento, quasi che la fine imminente di Z giustifichi le sue velleità sperimentali. Comunque, lasciamo stare la morale e torniamo alla mera osservazione.
Z è posato su un telo della grandezza di 160/170 volte il suo corpo. (Tovagliolo di carta bianco).
A osserva Z. Prova un grande senso di distanza da Z, un distacco che non si può riassumere se non proprio nel dato alfabetico (lui è A; l’altro è Z). Le gambe di Z hanno quel movimento frenetico del tentativo di fuga ultimo per ragioni di improbabilità. Z lo sa, decisamente, sta per finire.
A si concentra innanzitutto sull’escrescenza, ma non sa inizialmente se si tratti di un uovo o d’una larva. A non conosce Z. Z è lontanissimo da A quanto a famigliarità, similarità antropomorfica eccetera. Z è l’Altro. A osserva in ogni caso con rispetto – con il rispetto dovuto all’oggetto osservato, evidentemente – quel palloncino violaceo-trasparente sbrilluccicante, attaccato al culo, o meglio all’estremità posteriore del suo Z (suo?): e decide autorevolmente che si tratta di: uovo.
Z muove le zampette attorno all’uovo, forse esprime un’intenzione comunque estranea al suo carnefice. A di netto gli strappa un’ala.
Z è qui. Al centro del bianco. Si sta agitando più di prima.
A sente di essere potente, grazie a Z. Forse A avverte di dovere qualcosa a Z, qualcosa di piccolo e comunque trascurabile in un simile momento ma: qualcosa; e ha a che vedere col senso benefico di potenza, piccolo riscatto per il fastidio procurato da Z ad A lungamente, ed ecco sì, il senso di potenza.
“Hai fatto il furbo”, dice A.
Silenzio.
“E che fine hai fatto. Una fine meritata e orribile”, così dice A. O pensa. Non ha grande importanza. Solo possiamo attribuire ad A la produzione di tali significati.
A strappa ancora.
Z si trova senz’ali, con l’uovo sbrilluccicante all’estremità, tutto trascinato lungo una traccia. Sangue? A non lo sa, ma lo ritiene abbastanza sicuro. Z sanguina. All’essere Z è consentito di somigliargli nel minuto fatale. Questa improvvisa somiglianza disturba A, ma non lo rende meno determinato. Continua a osservare.
Z non pare più Z.
Senza le sue ali, Z è un’altra cosa, o meglio un altro essere vivente. Z pare trasformato in R. A dire il vero A detesta i ragni, ed R sta per ragno. A detesta i ragni in modo più specifico rispetto alle mosche, a Z. Se A detesta Z per una ragione, diciamo così, comportamentale (zzzzz, senza tregua, intollerabilmente) è vero invece che detesta per un motivo specificamente strutturale R.
R ha una forma ributtante, e ciò è sufficiente perché A detesti R. Le otto zampe non hanno alcuna coincidenza nelle possibilità antropomorfe del vivente. Le otto zampe sono semplicemente mostruose, secondo A.
Ma adesso A non odia Z, diventato R, nel modo preciso in cui rinnega ogni diritto al tipo R. È vero che somigliando a R, Z conserva differenze insopprimibili. Numero delle zampe. Posizione della testa. Rapidità di movimento.
R si muove ora lungo il tovagliolo ma con estrema lentezza.
A si nutre intellettualmente dei moti obliqui dell’insetto.
Cosa cerca di fare a questo punto? Cosa vuole R? Perché si trascina con questa lentezza per il tovagliolo bianco? C’entra forse l’ingombro dell’uovo violaceo-trasparente… È l’uovo a rallentare R? Oppure R è in cerca, con una disperazione metodica da condannato, sì, di un luogo sicuro dove depositare l’uovo sfortunato?
A realizza: R cerca in ogni modo di alzarsi sulle ali. Il tentativo di risollevarsi in volo è visibile ad ogni (si fa per dire) passo. Ma l’assenza di ali trattiene R sul tovagliolo.
R non sa di essere R, ma si crede forse ancora Z, oppure non si crede affatto ma non può smettere la speranza.
A dunque decide di alleggerire R. Spiaccica con un lembo di tovagliolo l’uovo sul medesimo tovagliolo. L’uovo non esiste quasi più, è una traccia violetta sul bianco profondo. Ed R può avanzare adesso più velocemente, seppure non come se fosse veramente e plenipotenziariamente R, diciamo comunque a una velocità che sorprende A.
“Dovrebbe essere morto”, dice A, oppure soltanto pensa clamorosamente.
Poi R viene deposto delicatamente sul marmo sotto alla finestra.
A sta osservando.
“Come sono crudele”.
Improvvisamente gli nasce da un angolino remotissimo il pensiero dell’armonia compensativa. Tutte le religioni hanno iscritto nelle loro geometrie morali questo pensiero: c’è un’armonia compensativa in materia di giustizia nell’induismo, per cui il male compiuto non è mai gratis, fino al moksa, e così nel buddismo fino al nirvana, e c’è l’armonia compensativa nelle punizioni divine e terrene dei monoteismi, prima di giungere all’esenzione dell’assoluto. L’armonia compensativa è la forma che assume il senso di colpa nell’individuo A; non si può dire che l’armonia compensativa pesi realmente sulla spiritualità di A, ma no. Infatti lui non ha mai pensato che il male inflitto dal prossimo potrà tornare uguale e contrario, come un boomerang, o in ogni caso gli pare di nessun interesse, ma chissà perché, nel rapporto con se stesso, A deve sempre dedicare una certa attenzione al male che lui, A ha inflitto al prossimo, in quest’ottica e in questa luce: alla fine tutto torna.
“E se qualcuno mi strappasse le braccia, un giorno?” riflette A.
R zampetta per il marmo. A si convince che è necessario uccidere R il prima possibile, evitando il pensiero pur assurdo dell’armonia compensativa; infatti, se A si dimostrerà pietoso con R, qualcuno poi un domani lo sarà ugualmente con A. X procurerà un dolore pari allo smembramento sul corpo di A. E allora A soffrirà moltissimo. Ma X, per armonia compensativa, eviterà le atroci sofferenze che A ha evitato a R.
Splat.
R ha cessato di vivere.
A cancella in un istante tutto quell’iter procedurale-cerebrale e si dispone a leggere il suo romanzo.
Esperimento concluso.
Ovviamente A non sono io. Ed è questo il senso letterario dell’esperimento, nonché la sua più definita concretezza (analizzare pubblicamente un’azione crudele compiuta, guardandosi da un’ottica scientificamente letteraria, dà l’impressione alla fine di essersi liberati di un peso inesistente.) È come quando si solleva il cartone del latte – o un qualsiasi contenitore di liquido – e si scopre con un certo disagio che è quasi vuoto. Il senso di ammanco o di inconsapevolezza è lo stesso di quando, per la sorpresa, ci si ritrova più leggeri dei propri personaggi (A) ma più seriamente umani di loro, al signoraggio di sentimenti più umani e veri di quelli guardati con questo microscopio.
Cioè sono A, ma consapevolmente.
Dunque non più A, una sua evoluzione.
Si cerchi di capire l’astratto.

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Il disordine temporaneo delle stanze d’albergo

Sabato notte ho scritto – nel taccuino copertina rosa comperato da cinesi prima di ricacciarmi nell’albergo per troppa pioggia –: temporaneo disordine. E ancora pioveva, dalla mattina, sulla strada visibile da quella finestra senza che potessi dirmi certo dell’esistenza di via Scarlatti, con tanto di negozio, e con tutto ciò che distingue questa via Scarlatti, fuori dall’orbita dell’hotel Mokimba, un sedicente trestelle da cui la pioggia si poteva considerare come parte integrante dello squallore integrato alla placcatura di rispettabilità borghese (ma i corridoi, stretti e grigi-ombra, potevano venir solo da un rispettabile filmetto di David Lynch per la televisione), e insomma proprio era impensabile quella strada, quella pioggia in assenza della prospettiva onirica-a-buon-mercato dell’albergo (i corridoi grigi troppo bui à la Lynch facevano esistere, hic et nunc, la pioggia di obliqui raggi gamma contro la strada, e il negozio cinese sempre aperto, e la fumosa indistinzione al confine con la realtà sconosciuta a questa prospettiva): tutto l’osservabile dalla finestra ha finito di tempestarmi la fantasia di favole, sì, appena fuori dall’hotel, quando Milano mi è effettivamente apparsa Milano, definitivamente… Disordine temporaneo, ho scritto il sabato notte, dopo aver visto tutto ciò. Ma visto cosa? E perché i corridoi continuano a percorrermi ora l’immaginazione, come se io, fermo immobile, assistessi al movimento del corridoio (o della Terra tutta) intorno a me e potessi quindi percorrerli, i grigi corridoi à la Lynch, restando impalato. Ma che balletto, che orbitazione dell’hotel intorno-dentro la mia esistenza.
Temporaneo disordine, ho scritto sul taccuino.
Mi riferivo ovviamente al disordine dell’immaginazione che ho cercato di trasferire qui nel testo: un disordine temporaneo, come ho già scritto tre volte, ed è facile immaginare come le percezioni alterate del visitatore si riappianino una volta fuori (dalla logica) dell’albergo. (Ma quale logica? La temporaneità, la precarietà, l’instabilità non si fissano nella nostra esperienza di uomini – e dunque di visitatori – per mezzo di una… logica… Sono una sospensione, forse momentanea e al tempo stesso priva di orizzonte, della logica… La logica sospesa dell’assenza di qualsiasi logica…) Ma sto andando a tentoni per avvicinarmi a quel disordine… Il linguaggio brancica nell’assurdo o brancola nel buio di razionalità di quest’hotel Mokimba ormai particola dell’immaginazione scatenata.
Poi c’è il disordine materiale:

Due letti. A sinistra dorme Giusy, la mia compagna, e il blocco stampato con sopra una penna (o matita) è il romanzo in fieri. Si è appena alzata, e infatti il cuscino alzato a guisa di schienale conserva l’impronta lombare (è lì ) e l’aria abitata in mezzo al disordine. In questo momento, è in bagno, sta pisciando e io prendo al balzo il vuoto della stanza per immortarlarlo. Il letto accanto è mio. Separato da quello di Giusy perché ho un sonno così fragile che mi basta un sussulto della coperta per tornare sveglio in un istante. Ho un sonno ipervigile, come gran parte della personalità; il controllo di tutti gli ingranaggi della quotidianità sfugge per così dire al controllo stesso: devo stringere in un pugno ogni volontà possibile, l’abbandono non esiste se non come immaginazione dell’abbandono. (Io immagino; quindi sono. Una cosa del tipo. Ma non è raccontabile tra queste parentesi).
E il disordine intorno. Oggetti: sacchetto con dentro libri nuovi; nella borsa di pelle le solite cose; un mucchio di asciugamani (“È prassi negli alberghi. Gli asciugamani sporchi si lasciano in terra, le camierere capiscono”, mi ha detto lei, incomprensibilmente, un momento prima io scattassi la foto visto l’interesse morboso che riservavo al nostro disordine. Una prassi asciugamanesca che ignoro, evidentemente, ma ogni scusa è buona per disordinarsi la camera temporaneamente). Disordine materiale, dunque.
Temporaneo.
Non è vero che l’indomani le buone cameriere metteranno in ordine questa significativa devastazione…? (No. L’indomani – domenica – una cameriera entrerà nella stanza mentre nel buio fitto noi ancora si dorme. Proteste mie, che mi son svegliato con un terzo essere umano dentro la camera, perdipiù protetto nel buio, ma vaghe, impastate dal sonno delle undici e mezza quasi. “Non volete la pulizia della camera?” “No?”. “NO”). E dunque no. Il disordine resta. Uguale. In disordine anche rispetto ai tempi e alle maniere di chi rigoverna le stanze.
Disordine temporaneo, un’altra foto:

Erroneamente pare che qualche cosa sia accaduta nel tempo intercorso fra i due scatti: si vede ora sul letto il tablet, mio, e la coperta con tanto d’altri panni sembrerebbe più ritirata verso i piedi del letto: in realtà non è cambiato nulla. Solo ho girato la fotocamera e scattato come rintanato o nascosto dietro la parete, il cui spigolo obliquo si sovrappone alla diagonale del quadro (lassù).
Il disordine è fluido, cambia ma non cambia, è sufficiente prenderlo in carico un istante più tardi e sembra già altro da sé. È cangiante e persistente. Immobile e mobilissimo. Anche in questo minimo senso il disordine è temporaneo. Temporaneo a se stesso.
Ricordo, a proposito. Era una stanza simile, ma in quest’istante rievocativo la stanza che ricordo coincide con questa, la sovrapposizione è ideale ovviamente ma è reale nell’immaginazione (disordine temporaneo). Ci stavo, in questa stanza, con una delle mie amanti di un secolo fa, quando vivevo di maggiori espedienti e mi facevo beffe delle vite-non-disordinate. Eravamo a questo punto, dopo aver fatto l’amore ed esaurito gli orifizi possibili (perché è anche disordine sessuale, un albergo), finalmente abbracciati sul letto di sinistra, quello ora occupato dall’attuale e definitiva compagna, ma allora abitato temporaneamente da S., donna maritata e più grande dei miei anni, che erano trenta, di circa quindici, sempre perché il disordine è anche multidimensionale (sentimentale, sensuale, mentale), e così uniti nella carne e disordine ci facevamo un solletico alle braccia, per gioco, come le percorressero dei vermi o millepiedi in marcia continua, avanti indietro, sicché in quell’abbraccio indescrivibile, solleticante a un tratto m’abbandonai. Ma non è un bene, e l’ho saputo sempre fin da bimbetto. All’improvviso non ero lì. Non più nella stanza d’albergo, e né in quelle braccia e non più protetto dal disordine: ero tornato in me forse, quel me che le stanze d’albergo non avrebbero dovuto incontrare e io con loro…
L’attacco di panico durò un quarto d’ora scarso. Mai successo prima e mai mi accadrà poi. Al disordine avevo ceduto una parte di me troppo vicina alla tenerezza (che è prima di ogni cosa tenerezza nei confronti dei propri limiti – in ogni caso, sempre) e come chiunque al contatto indifeso del disordine con la parte fondamentale di sé ho potuto solo farmi abisso. Temporaneo il disordine, l’ho scritto, e ho chiuso il taccuino come avessi scritto tutto.

Disordine VS Ordine

È l’eterna guerra del Disordine contro l’Ordine, forse. Ma si esprime banalmente nella contrapposizione tra visioni delle cose radicali. Da una parte, il mercato del libro digitale tenta in ogni modo di rendere simili le esperienze di lettura: hai tra le mani un lettore ebook ma alla terza pagina te ne puoi scordare, perché “un libro è un libro” (è il motto degli editori che dà nome al sito unlibroeunlibro.org, per esempio). Questo fa si che gli strumenti di lettura – dai lettori alle applicazioni di lettura per tablet e telefoni – vengano programmati per imitare la forma-libro fino a simulare il movimento delle pagine sfogliate con animazioni tridimensionali, nei casi più disperati, ma in ogni caso si cerca di supplire facendo appello alla… finzione (“un libro è un libro”, appunto). Dall’altra parte, stranamente, il mercato di software e servizi connessi in qualche misura alla lettura va contro corrente. Per impaginare il testo che sto scrivendo qui, nell’editor di WordPress…

e intendo dire impaginarlo decentemente – di modo che i miei lettori, che sono sicuramente abituati a leggere libri oltre che pagine web possano leggere senza sincopi visive – ho dovuto editare il codice html del testo, niente di troppo difficile, ma comunque alla portata di un utilizzatore minimamente addestrato all’informatica.
Usando WordPress per come WordPress vorrebbe, il testo sarebbe impaginato diversamente, più o meno così:

Ma questo non è WordPress. No. Questa è una pagina a caso dei Malavoglia di Giovanni Verga, nell’edizione digitale offerta da Liber Liber, un generoso archivio di oltre 3000 volumi, scaricabili tutti gratuitamente qui.
Il testo zigzagante contro il margine destro, tutto disallineato, con la connivenza dello spazio bianco fra i paragrafi – il che risalta nei dialoghi soprattutto, spaparanzando il testo nel doppio dello spazio di pagina richiesto – mi fa orrore se penso a una lettura di ore, o di giorni.
Sembra che chi ha impaginato questo testo non abbia letto mai un libro in vita sua. Ma non è così, ci scommetto.
Il problema è dello strumento.
Così come WordPress, che cerca di convincermi a impaginare il testo in quel modo là (disallineato, spazi fra paragrafi), anche la gran parte degli strumenti per produrre facilmente libri digitali da documenti Office forza l’utilizzatore a quel tipo d’impaginazione. (Calibre, ad esempio. Fino a poche versioni fa).
Lo stesso standard di riferimento è all’uso anche nella più famosa piattaforma di lettura-scrittura, con all’attivo 40 milioni di utenti e 80 milioni di libri, Wattpad. Prendo un incipit a caso fra i più “popolari”, secondo Wattpad.
(Non è necessario leggerlo – è molto brutto –: basta guardarlo).

In Wattpad è impossibile pubblicare un testo che somigli a un libro cartaceo, almeno nell’impaginazione. (Non esistono funzioni per disporre il testo giustificato, andare a capo una volta soltanto; insomma un certo ordine non è solo scoraggiato, è impraticabile).

[Nota dell’autore: lo spazio che precede questa Nota dell’autore non ci è stato inflitto via software, ma è stato deciso in libertà dall’autore].

Mi ricordo, a proposito, di un concorso letterario per inediti a cui participai un paio di volte: i vincitori venivano premiati con la pubblicazione del racconto in un libro, stampato in centomila copie e distribuito, gratuitamente, all’ingresso delle metropolitane delle grandi città d’Italia e altrove. Io arrivai finalista in entrambe le occasioni, non vinsi quindi, e per indorare la sconfitta – ero giovane – mi concentrai sull’aspetto grafico dei librini vincitori: erano impaginati malissimo, più o meno come gran parte delle pagine narrative nel web e dintorni: allineamento frastagliato, spazi bianchi fra i paragrafi.
In realtà lo scopo era chiaro: quei libri si presentavano a una quantità di lettori (centomila potenziali) che non erano certo tutti dei lettori: una certa parte era gente incuriosita da questi librini, lasciati a disposizione di tutti in quella calca sotterranea delle metropolitane, e magari gente ostile alla serietà del libro (serietà che si esprime innanzitutto nella forma: tra le spie – dopo lo spessore – c’è sicuramente l’impaginazione). Il Disordine grafico del testo marcava senz’altro una differenza, e in generale l’impegno intellettivo non può esprimersi nel disordine, sarebbe innaturale; l’Ordine cui il Disordine si oppone è senz’altro noia, concentrazione della mente sull’uguale o su un ritmo visivo costante, è grande prevedibilità.

“Ma come si chiamava quel concorso letterario?”

“Subway Letteratura, ed era un bel tentativo, è stato, voglio dire; perché non esiste più, non so bene da quanti anni, peccato. Ma perché mi chiedi del concorso? Hai perso di vista l’argomento centrale dell’articoletto?”

“E quale sarebbe?”

“Questo. Il testo soggetto alle limitazioni imposte dal mercato di software e servizi per la pubblicazione, e di come questo influenzi la produzione di testi, come la fruizione…”

“Un momento, amico. Qui non si parla di effetti. Si è detto solamente che c’è, da parte del mercato del software applicativo, la pressione verso il Disordine, verso una differenziazione dall’Ordine, dal cartaceo diciamo. Mentre il mercato dell’editoria digitale spinge nel senso opposto. Gli effetti, gli effetti… Quali saranno gli effetti?”

“Mah, domandiamolo a chi ha letto questo post”.

“A lui? Ma tu, tu hai ripreso a scrivere disallineato e per spazi scomposti…”

“Non io. E poi io chi sono! La colpa è tutta sua”.

“Sua, ma chi?”

“Il nostro curatore, il signor WordPress”.

 

 

Il livore meta-letterario

 

Non uso attivamente Facebook da più di un anno e mezzo, ma ho un cosiddetto profilo a mio nome con cui ogni tanto mi ficco nella rete sociale senza per questo rimanerne impigliato. Ci provo, e ci riesco. Mi piace però, devo ammetterlo, farmi gli affari del prossimo, soprattutto se il prossimo mi è piuttosto lontano, di vedute contenuti e carattere, ma anche quanto a modi di relazione. Per farla breve, ogni tanto mi trovo a parlare con i miei amici scrittori (o aspiranti cioè non pubblicati, come me) del livore professionale di alcuni scrittori. È interessante da fruitore (fruitore disinteressato del livore articolato in buona prosa e culturalmente molto poco noioso) vagare per le pagine di questi altri scrittori, dico ai miei amici, perché mi rende interessante tutto ciò che sta ai margini della scrittura (privatissima e scollegata dal cancan dei suoi bolsi margini) e marginalissimo farne parte o anche solo desiderare di, mi conforta invece nella mia ostinazione a farmi i cazzi miei. I miei amici spesso non sono d’accordo: cioé: magari son d’accordo sull’esito del farseli, ma non capiscono proprio cosa ci trovi io di bello a frugare nel sordido, che a me sembra sublime, e cosa ci trovi di… molto poco noioso, come dicevo, nei commentini che cercano di demolire un’opera a partire da una pagina o da una frase, se non la pochezza di metodo esibita, o il pudore spudorato che in un bar sarebbe un insulto inutile ma che qui, cioé là, tra i profili è merda raffinata al punto tale da dire più sull’umano di un intero volume della Recherche, col vantaggio del contemporaneo.
“La mia teoria è questa. Forse te l’ho già esposta, ma comunque. Il livore – diciamo più comodamente: l’invidia – è come fosse dell’energia che ha mancato di esprimersi. Si trova laggiù nella pancia, e ha una consistenza come di cristallo, quando dovrebbe essere qualche cosa di estremamente fluido. Per qualche ragione, traumatica o di calcificazione di lungo corso, ha smesso di essere fruibile [scusate l’innocenza dei termini, NdA.] come energia, come fuoco dell’invenzione ed è rimasta come luogo di tortura, profondo e inaccessibile al prossimo e perciò furioso nei confronti del prossimo”. Forse non mi spiego. Non importa molto, quando si cerca di nominare fatti psichici che il tuo interlocutore conosce bene, perché è il tuo interlocutore, e te lo sei scelto (io scelgo tutti e da vero cinico gli interlocutori con cui trascorrere buon tempo, ed è per questo che uso con molta profilassi il Facebook). “L’energia, sì” ha risposto via chat il mio amico. E mi sono sentito compreso.
“Il livore meta-letterario è una forma di impotenza, capiscimi. Non dico che il livoroso meta-letterario sia necessariamente uno scrittore cattivo. Magari è un grande scrittore. Magari è uno scrittore grandissimo. Ma quel morso che gli muove la polemica nei momenti peggiori è il segno che avrebbe potuto – se la vita fosse stata più gentile – essere uno scrittore ancor più grande. Ancor più grandissimo”. Eccetera. (Questo stralcio viene da una chat con un altro amico).
Qualche tempo fa scrivevo in un diario:
“Se mi scoprirò pieno di questi cattivi sentimenti, dovrò lavorare sul mio corpo e sulla mia fantasia non per espellerli – sarebbe impossibile – ma per trasformarli. Dovrei dargli forma dicibile. Del resto ho imparato a scrivere proprio così: dando forma dicibile ai miei livori, e ho avuto fortuna a incontrare lettori che hanno livori simili e apprezzano lo sforzo del renderli dicibili – non è solo questo, ovviamente”. (In assenza di almeno un lettore vero e buono che apprezzi questo lavoro, è meglio tenersi i propri livori, ci si fa di certo meno male).
“Il livore meta-letterario è una promessa di valore temporaneamente disattesa” scrissi in un diario, o dissi a un amico, che importa, visto che gli amici è bene che siano immaginari in questi casi e i dialoghi dei falsi.

 

“Il testone” – cercasi lettori qualunque

Negli ultimi quattro mesi ho lavorato a un libro, un oggetto narrativo che non mi pare coincidere con la raccolta di racconti (perché i racconti di cui pure è fatto si parlano compenetrandosi un po’ troppo) né con il romanzo (la forma non è quella: si tratta piuttosto di forme, al plurale).
Poiché mi sembra che questa cosa abbia delle qualità innovative, e poiché non mi viene in mente una definizione accettabile, mi servirò del titolo: “Il testone”. Strano titolo?
Be’, allora, dando fondo all’indispensabile orgoglio promozionale che bisogna mostrare in questi casi, dirò che non è un romanzo, non è una raccolta di racconti, bensì è un testone.
“Il testone” è un testone. Ma che bello e che originalità, dirà chi passa di qui.

Detto questo, sto cercando persone che hanno voglia di leggerlo: non per motivi personali (perché mi vogliono bene o perché sono curiosi di me), ma per interesse di lettura. Con lo stesso spirito insomma con cui leggerebbero un libro qualsiasi, trovato in libreria o in biblioteca. E ovviamente che siano disposte a dirmi quel che pensano del testone.

Mettiamo le pagine avanti, però. Il testone è un testo di 266 pagine (427.658 battute) e non è una lettura da spiaggia. Ma se qualcuno riuscisse a leggerlo in spiaggia gli offrirei volentieri una confezione di crema solare, o un drink (a sua scelta).
Be’, i lettori coraggiosi che ne hanno voglia, mi scrivano in privato all’indirizzo qui: danielemuriano@gmail.com.

Grazie a chi è passato di qui. Doppie grazie a chi considera la possibilità di leggere il mio testone.

Belle, buone giornate.

 

Qui le prime pagine:

IO

Non sono Daniele Muriano. Non sono alto un metro e ottanta circa. Non ho le gambe magre, troppo lunghe. Non vesto ‘casual’. Non ho un corpo davvero comune,
ordinario. Non sono uno scrittore.

Ho una certezza: quando dico ‘io’, mi riferisco innanzitutto alla mia grossa testa.
Il mio testone è caratteristico e in grado di individuarmi. La ragione per cui scrivo è medicarmi questa grossa testa sfruttando la chirurgia del testo.
S’incominci”.


Orchidea blu

Il 3 luglio 2017 l’occupante legittima del posto accanto al posto 95, trovò, invece dell’occupante legittimo del posto suddetto, una sua incarnazione o, più correttamente: una sua pericolosa incartazione. La pericolosa incartazione si presentava, quasi invitante per la Ficino, che non era davvero una persona curiosa all’invadenza, come un blocco: fogli rilegati a spirale, pagine molte, qualche annotazione a penna nel fitto delle parole, nessuna usura: in copertina vide invece quel che subito la convinse all’invadenza, il titolo.
“Il testone”, lesse chissà perché a alta voce. E più in basso, corsivo: “di Daniele Muriano”. Il treno Frecciarossa 9910 impresse un’impercettibile accelerazione ai corpi contenuti nella sua carrozza 12 e in un solo istante – mentre la Ficino voltava pagina e si tuffava nel contagio testuale – abbandonò la struttura invetriata di Milano Centrale, risultando poi subito a suo agio nel tratto più luminoso di una folgore attraverso la città, città dove la Ficino, un tempo ormai siderale, aveva studiato all’università e soprattutto si era molto divertita, tra i lazzi e gli scherzi, la gioventù balorda che non la rappresentava ma, caratterialmente si può dire, le era stata di supporto come un antidoto dolcissimo a un veleno meno stucchevole ma senza sapore. Adesso era una donna e fortunatamente chiunque la riconosceva come tale, mentre allora, al tempo acerbo dei passatempi, lo era ugualmente e tutti però la trattavano come ragazzina, neanche come una femmina. Stava adesso faccia a faccia con la seconda pagina di quel blocco stampato, addirittura aveva innalzato il blocco come una barriera, un blocco appunto di cemento pieno fra il proprio privato e il tale strabordante di desideri felicitati attraverso gli occhiacci infissi nel suo corpo di signora Ficino, signora di fatto, che ringiovaniva a venir bruciato così spudoratamente pur dovendosi ritrarre per una forma di resistenza morale al maschio, blocco di testo isolante per le scarpe rosse di tacco 9, le gambe nude e nervose, la minigonna di un rosso identico alla fiamma delle unghie su cui lo sguardo nemico si era posato infine e da quella distanza poteva ben leggere “Il testone”, in corpo 20, corpo meno interessante del leggente. Daniele Muriano guardava. Non era abituato a guardare le persone, fossero anche delle vere femmine, in un modo tanto villano, aveva o credeva d’avere un’educazione fuori dal tempo che sormontava le sue velleità di maschio, del resto si era pur sempre sentito un vecchio, anche all’università, che non aveva finito e anzi aveva interrotto sul più bello (meno tre esami al traguardo) stufo di non essersi ben divertito come avrebbe potuto in quel residuo fisso degli anni zero, mortifero, senza grinta ideologica come si immaginava fossero stati invece, ideologici e grintosi, gli anni verdi delle generazioni che l’avevano preceduto, diciamo dalla caduta dell’impero romano e avanti fino appunto al nuovo, triste millennio. Si era alzato dal suo posto 95 proprio per lo stesso spirito che gli aveva reso insopportabili gli anni verdi, contrariamente alle preferenze del viaggiatore medio, e non avrebbe potuto spiegarlo così bene: lui, Daniele Muriano detestava aver la faccia nella direzione di moto del convoglio: la terra nuda dei campi, le gru ferme come croci nel cielo e – scempio dello scempio – un altro treno proveniente da quella parte che riempiva tutto il finestrino chiudendo l’orizzonte atteso dalla destinazione; non poteva viaggiare (e nemmeno vivere) a quelle sfortunate condizioni, non era nel suo carattere; la contemplazione del futuro, sia pure in senso spaziale, gli dava male al petto o comunque un senso di sconforto che credeva di non meritare; ugualmente aveva vissuto movendosi a faccia dietro nella contemplazione di un invisibile passato che a un tratto – dopo cioè un’adeguata distanza per poter essere guardato – si sarebbe rivelato nelle sue forme estese e vaghe, impossibile da decodificare a breve distanza: e allora, una volta capito il passato, avrebbe sì vissuto con più importanza, con uno spirito che rende lievi i giorni.
Il vagone era pieno di corpi, alcuni molto ritoccati dal sole di stagione, coi segni della gioia ritratta delle vacanze, abbarbicati alle proprie valigie e senza un’idea diversa di stabilità, erano insomma corpi medi al servizio di un’igiene delle emozioni condivisa dai più. Non poteva accadere niente di quel che la Ficino incominciava ora a vedere nel testo.

Cantiere

Negli ultimi due mesi ho pubblicato qui i testi che confluiranno nel nuovo libro in lavorazione. Sono circa la metà del tutto. Il libro si intitolerà “Il testone”.
In questa pagina metto uno di seguito all’altro i link ai testi (che hanno una parziale autonomia narrativa) nel formato PDF e EPUB per l’ebook reader.
Grazie ai lettori.

 

Il testone

23 cartelle.
-> Qui il testo in PDF
-> Qui il testo in EPUB

Questa è una bocca da un miliardo di euro

47 cartelle.
-> Qui il testo in PDF
-> Qui il testo in EPUB.

Orchidea blu

20 cartelle
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Rapporti umani

14 cartelle.
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Cause del testo

21 cartelle
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