Roma è un pianoforte sfortunato

Ogni tanto pensando a Roma mi viene in mente un vecchio pianoforte, non troppo scordato, solido e fuori luogo, suonato da mani estranee alla grazia. Non è un’immagine gratuita, è una associazione legittima perché fondata su un ricordo vero, personale.
Non venivo a Roma da quindici anni. E non ci sarei venuto se non fosse stato per incontrare qualcuno, sarei rimasto nella mia casa in centro a Bologna a leggere, o ad ascoltare la mia musica, perché viaggiare mi mette in stato d’allarme. (Raramente ne ho bisogno, e quando succede è un allarme buono).
Non importa chi sto per incontrare, vorrei parlare di un’altra cosa. Sto per incontrare una persona che, per motivi di caos romano e di parcheggio impossibile, mi sta aspettando fuori dalla stazione, alla deriva in mezzo a uno stormo di clacson irritati, così mi ha detto al telefono poco fa.
Ora sto salendo una delle scale che portano all’enorme corridoio di negozi e servizi vari da cui si dominano i molti binari e che serve per spostarsi dall’uno all’altro, stupito di sentire con queste orecchie il pezzo per pianoforte di un compositore così ostico e infrequente per una radio che mi sembra impossibile, raggiunto il corridoio, la presenza di un pianista in carne e ossa, nel bel mezzo della stazione di Roma Tiburtina, con le dita sui tasti e senza nessun pentagramma davanti, un uomo sulla sessantina con la barbetta, sopracciglia folte sopra gli occhi chiusi a guscio, concentratissimo e solo. Ma sta suonando davvero quel pezzo per pianoforte? Da quale treno, proveniente da chissà quale pianeta è arrivato quest’uomo. Sono fermo, spalle al muro, in compagnia di altri due spettatori non paganti.
La bella trovata di mettere a disposizione democraticamente un pianoforte in un corridoio di passaggio mi sorprende, e mi domando a chi appartenga l’oggetto alieno: al bar? Al sedicente «Lounge» di Italo? A un misterioso benefattore? Alle ferrovie dello Stato (ex)? Proprio allo Stato?
A un certo punto uno spettatore comincia a correre verso l’uscita, come se si fosse improvvisamente ricordato di un impegno pendente dopo essersi lasciato incantare dal pianista. Rimaniamo in due. Sì, ogni tanto le facce dei passanti ruotano e rimangono inespressive, o turbate, o plasticamente infastidite dalla musica del pianista (quasi un classico, vecchia di cinquant’anni ma inascoltabile in un mondo che ha fretta di girare il più veloce possibile). Mentre ascolto trasportato da un sogno e mi allento nei muscoli fino a ridurmi in poltiglia massaggiata dal suono, guardo l’uomo che come me condivide questo dono momentaneo, guardo a questo dipendente di Trenitalia col gilé rosa fluorescente come a un amico improvviso, un uomo toccato dalla piccola fortuna di assistere all’insurrezione della Grande Musica in un luogo improbabile, triviale. (La musica dà di questi deliri).
«Sai suonare qualcosa di Frank?» dice l’uomo.
Siamo nella pausa densissima che di solito, quando chi suona accarezza la bellezza, viene riempita da un applauso.
Il pianista apre gli occhi, si sfiora nervoso la barbetta.
«Ti do un consiglio», dice l’uomo dal gilé fluorescente, «devi suonare dei pezzi che la gente conosce».
Vedo come in una scena mandata avanti a raddoppiata velocità la mano del disturbatore sulla spalla del pianista, il tentativo di difendere il proprio posto da parte del pianista (come se si trovasse di fronte a un pubblico e non solo di fronte a un viaggiatore spettinato e malacconcio, il che mi ha riempito, in modo molto perverso, di un orgoglio molto perverso), vedo il pianista che si allontana, come un pianeta che ha cambiato orbita all’improvviso e che nessuno mai potrà abitare se non il suo nativo marziano, e sto per inseguire nello spazio profondo il mio pianista, pardon il mio pianeta, quando arriva Frank Sinatra.
No, e neppure è Sid Vicious che ne fa la parodia ubriaca. È semplicemente un uomo con un gilé fluorescente che spaventa i tasti del pianoforte, e i tasti gridano gli accordi e la melodia della canzone più nota di Frank Sinatra, con grande soddisfazione del suo esecutore.
Si ferma molta gente e mentre mi allontano frastornato ho l’impressione di sentire un applauso, ma forse è solo un’impressione spazientita di una parte di me che vorrebbe questo finale edificante e triste, e finalmente incontro la persona per cui sono venuto a Roma.

(Mi è venuto in mente quest’episodio leggendo il giornale, nel tentativo di raccapezzarmi quanto all’improbabile compagine governativa, all’incompetenza esibita e evidentemente molto gradita, alla dittatura delle cazzate e alla democrazia dell’urlo).

 

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Il test (ipotesi immunodeficienti)

La mia fidanzata (G) e io, seduti alla scrivania, guardiamo l’uomo che la presiede autorevolmente: l’immunologo o, meglio, l’Immunologo (perché la maiuscola non si nega all’uomo da cui probabilmente dipende la tua fantomatica guarigione). Come scolpita nelle rotondità della mascella, la barba è nera, sembra un unico blocco solido, per niente ispido. Ci lasciamo impressionare prima di tutto dalla barba. Poi viene l’imponenza. Quando si ha di fronte un medico che si è meritata la maiuscola – se non altro per inefficienza e inettiduine degli altri dieci che hai dovuto consultare e sopportare – ecco un gigante, con la testa buca le nubi altissime che non si vedono ma delle quali senti la potenzialità distruttiva e cominci a intuire i lampi, buca la troposfera, la stratosfera, la mesosfera, la termosfera e, da quaggiù, dalla stanza in cui il gigante della medicina conserva i suoi piccoli piedi, chiunque abbia udito può ascoltare il colosso respirare rumorosamente nello spazio vasto e nero, nel frastuono polmonare della creatura, e chiunque abbia un po’ di immaginazione può vedere la sua barba nera fondersi al nero spaziale, vacuo, indecifrabile.
«Lei potrebbe avere l’HIV. L’inversione di questo e quest’altro valore della tipizzazione linfocitaria è tipica del retrovirus. Le prescrivo il test», dice e s’infila la mano tra la barba dando l’impressione di bucare con due dita una superficie solida.
«Ma quando sarei stato contagiato?» domando e guardo G, dubbiosa.
In questo caso, se G non fosse sicura della mia aderenza alla fedeltà sessuale dovrebbe cominciare a muovere un piede per l’impazienza. Ma non succede. È l’Immunologo che, con una pausa imprevista e un’impercettibile (ma chiara) deviazione dell’occhiata, lascia adito non a un preciso sospetto, quanto al diritto della mia partner di sospettare che io sia compromesso clandestinamente in una relazione pericolosa. C’è una microeternità – come avrebbe detto Prévert –, una notevole microternità in cui tutto può essere successo: pioggia, lampi, temporale violaceo, e subito schiarita.
«No. L’unico evento sanguinoso è stato l’intervento dal dentista di un anno fa. Ed è difatti da allora, a pensarci, che sto male. I sintomi sono cominciati la sera stessa. Otiti, tonsilliti, febbri. E poi ipotermia. E tutto quel che ho raccontato».
Vedo il dentista. L’occhio madido dell’untore: ah!
L’Immunologo mi restituisce la cartella verde con le decine di referti, ricette mediche, fatture.
«Le prescivo di nuovo questo e quell’altro esame. Faccia tutto, compreso il test, fra due mesi».
«Due mesi?»
Guardo G, lei mi restituisce lo sguardo incomprensibilmente pulito, tiepido.
«Mi sta chiedendo di aspettare due mesi per sapere se ho l’HIV?»
Il medico sembra stupito, e anche a G – come poi mi dirà – non ha fatto un’impressione meno marziana.
La barba era lì, e poco più in alto e indietro la mente dell’Immunologo. La immaginavo come un gigantesco magazzino dal soffitto alto dieci metri e le corsie polverose tra cui ci si perde cercando una pratica tra le migliaia, o le decine di migliaia protocollate. A un certo punto ho corso e mi sono buttato fuori dall’unica finestrella a oblò, e dal magazzino sono finito in terra, sul prato verde e animato dall’intensa meraviglia del sole, con gli occhi a girare tra i fili d’erba e i minuscoli fiori primaverili.
Ho aperto gli occhi dell’attenzione.
«No. Aspettare è una mancanza di rispetto verso il mio tempo nel mondo» ho detto, con parole più ferrose e meno indorate, esprimendo l’estrema rivolta del buon senso.
Non ho aspettato due mesi per fare il test. G e io siamo entrati in una farmacia. Il commesso ha mimato la solita smorfia di rattenuta curiosità, alla mia richiesta. Il «kit» costava 30 euro. Appena entrati a casa abbiamo messo in piedi la colonnina, dove era stata versata una goccia del mio sangue.
«Se sono malato, mi vuoi bene lo stesso?» ho domandato.
«Certo».
Abbiamo aspettato quindici minuti. G ha mangiato della pasta avanzata, mentre con il piede ritmava i singoli bocconi (la danza contro la morte è antropologicamente quella del pranzo, siamo fatti così da cinquemila anni, non c’è molto da farci).
Allo scadere dei quindici minuti, ho chiesto a G di controllare il visore del test, dove in rosso compare il verdetto.
«Non sei malato!»
«Davvero?»
«Davvero!»
«Allora cosa c’è che, da un anno e mezzo, me la fa pagare cara? Ho le difese di un microbo».
«Non è l’HIV».
Abbiamo cercato di ricordare quali ipotesi l’Immunologo aveva messo nel mazzo, ma il mazzo ci è sfiorito fra le mani.
Siamo andati a controllare nella cartella verde. Le ricette parlavano chiaro. Mi sono messo nella prospettiva di fare altre telefonate, prenotare nuove visite, incontrare nuovi giganti con la testa fin sopra le nuvole, incastonata nell’infinito dello spazio, e con la razionalità perfetta e incomprensibile degli angeli.

 

Il sospetto di non avere vissuto

Mentre mi faccio condurre dalla spensieratezza e guardo le solite insegne, vetrine, strade, penso a quanto il mio raggio d’azione sia breve e a come, sebbene la vita mi garantisca un certo numero di possibilità, mi scopro sempre a girare intorno alle stesse cose (insegne, vetrine, strade e non solo). Sì, ho abitato in quattro città diverse e, mi dico nel tentativo di correggere la prevedibilità che mi sono appena attribuito, mi sono radicato in tre diverse regioni d’Italia: la Lombardia, l’Emilia Romagna, il Lazio. Persino quando da queste parti mi domandano a quale luogo del nord devo i miei natali, accusandomi implicitamente di non avere l’accento caratteristico di queste parti, io rispondendo la verità mi accorgo con molta sorpresa che a dispetto di come appaio al mio sguardo auto-critico (e cioè come un individuo radicato, abitudinario e tutto sommato noioso) ho vagato parecchio e mi sono abituato necessariamente a luoghi e costumi fra loro diversi. Raccontandomi, mi sembra di essere posseduto da un altro soggetto. Mi abitava un altro, mentre io abitavo vicino Como, o in centro a Bologna? Allora, anch’io ho vagato, penso. Anch’io ho vissuto – è il sottotesto. Sì, perché il timore di avere poco vissuto mi sorprende sempre, a tutte le età. Non sarebbe tanto strano se a due anni, prima di arrivare a macinare la lingua compiutamente, io avessi creduto con tutto me stesso di avere vissuto poco o niente nella vita. Dev’essere un sentimento in grado di agganciarsi agli ingranaggi del tempo condizionandone il funzionamento. Comunque, guardando le pieghe morbide del tessuto bianco che appartiene alla gonna scampanata esposta in una vetrina del centro di Tivoli, mi scopro a guardare la stessa vetrina e lo stesso capo d’abbigliamento dell’altro ieri, probabilmente anche dalla stessa prospettiva e magari dallo stesso metro quadrato di terra. La luce è diversa, è acquatica e avvolgente, lievemente violetta nei riflessi del rettangolo di vetro. L’altro ieri era invece fredda come il cielo e il clima. La gonna era un’altra. Mentre mi muovo dal dominio della mia ombra, so di aver visto la stessa gonna bianca e di averne per così dire vissuto un’altra. La luce, il cielo – insomma la cornice – mi impone il significato e mi porta a considerare il quadro in un altro modo. Lo vedo, come si dice, sotto una luce diversa. Ma la luce è ciò che rende possibile la vista, e la vista è ciò che rende possibile la piena esperienza del mondo. Cambiando la luce, la vista e perciò l’esperienza si ritrovano a contemplare un oggetto cambiato, e la gonna di ieri non è più veramente la stessa. Mi imprimo a forza nella mente il dubbio che questo discorso para-filosofico articolato durante il passeggio sia l’ennesimo alibi, ma, in realtà, mi ritrovo a pensare a come, nel corso degli anni, gli alibi occorsi nel momento del bisogno, venuti in soccorso al mio timore di non avere abbastanza vissuto, si sono sempre e comunque dimostrati più veri di quel timore, perché gli alibi che spazzano via le paure come nuvole in un cielo autunnale hanno dalla loro parte la verità della vita mentre le paure restano indimostrabili. Chi può dire se ho visto abbastanza? Se i cerchi entro cui ho limitato la mia vita sono sufficienti a sbuggerare il sentimento della non vita? Gli alibi sono veri, purché siano formulati in modo convincente. È una questione di persuasione, di retorica, di fanatismo. So di gente che fonda la propria duratura felicità su alibi altrettanto duraturi, ma falsi come l’oro di un anello ritrovato dentro un uovo di Pasqua. Tuttavia, è vero che, per quanto io abbia vagato, nelle quattro città che mi sono scelto ho sempre e comunque circoscritto i movimenti entro un raggio d’azione piccolo: sono andato a passeggio sempre nelle stesse zone, a meno di avere ragionevoli motivi per variare; mi sono rifornito negli stessi negozi e addirittura, in caso ci fosse più di una cassa, preferibilmente ho pagato alla solita. Ma la cornice di sentimenti, colori, lune, pensieri non è mai poi la stessa. Lo penso nel momento in cui l’ombra non mi appartiene più. Sono entrato sotto l’arco di pietra vecchio e indistruttibile, grigiastro e ruvido al tatto che anticipa il tratto di asfalto friabile, molto scuro, irregolarmente rettangolare dove sosta, come al solito, quel gatto dal pelo soffice e rossiccio, somigliante più che altro a un grosso topo, che forse ha intuito le mie abitudini e mi aspetta per prendersi una carezza, un’abitudine strana, insolita per un gatto di strada, che mi sorprende in ogni occasione sotto una luce nuova.

 

Ancora attese

Ci ho pensato poco dopo il risveglio. Avevo fatto un sogno in cui i referti medici mi assalivano nella sala d’aspetto del laboratorio, io cercavo di scacciarli come un bambino avrebbe fatto con delle enormi farfalle immaginarie. Mi si posavano sulla testa, e si facevano toccare da me poiché, in tutta evidenza, non c’era convinzione nel mio gesto. Da una parte non era sbagliato scacciare quegli esseri invidiosi che ronzavano attorno alla mia testa e alla mia salute. Dall’altra mi attaccavano alla radice sanguinolenta di tutti i miei dubbi (sono o non sono malato?) e non li avrei mai soppressi senza prima essermi fatto spiegare da loro le mie lacune e i deficit dei livelli immunitari. Dovevo essere pazzo per arrivare a distruggere le prove della mia eventuale salute perfetta, e loro, i referti avrebbero potuto risolvere in un niente, anche nell’aria grigia e appiccicosa di quella perversa sala d’aspetto, tutta la questione: “Tu non sei malato”, avrebbero potuto gridarmi i referti, se solo avessi avuto un momento per leggerli attentamente. «Da quattordici mesi, hai otiti e tonsilliti e avverti costantemente un freddo eternamente invernale. Oltre ai guai allo stomaco, al piscio nauseabondo. Per ragioni passeggere. In verità tu non sei malato, non hai niente». Ma si sarebbero espressi davvero così positivamente? Avevano il potere di terrorizzarmi e nulla mi poteva far credere che avrebbero usato pietà nei miei confronti. Io detestavo il loro volteggiare, ma i referti avevano potere di vita e di morte. Mi sono svegliato, eppure l’inquietudine era ancora cieca e aveva l’effetto di una nube tossica entro cui invisibilmente la scena del sogno accadeva e mi coinvolgeva a un livello profondo, ma senza che potessi capire cosa fosse successo, cosa cazzo avevo mai sognato.
In un minuto la nube si è diradata, e la visione nitida della scena delle farfalle ha sortito l’effetto di lanciare l’adrenalina sui bersagli nervosi e sensibili, poi la luce gialla, stagnante, reale ha fatto il resto.
Al laboratorio delle analisi, di cui il sogno aveva riportato i tratti più spaventosi ma che adesso potevo ridimensionare e schiacciare sulla realtà materiale, facendomi impressionare dall’atmosfera grigia senza che questa mi invadesse fino all’ultimo antro polmonare, ho affrontato la questione in maniera estremamente civile. Ho chiesto: «Posso pagare con il bancomat?» «Certo», mi ha rassicurato la ragazzona con tutto quel trucco. Ho preso la busta da lettera, l’ho messa nella tasca dei jeans. L’aria esterna era mossa e ha avuto la grazia di portarmi via i residui di sogno e di inquietudine. Mi sono seduto alla panchina. Non è meglio fare sempre certe operazioni da seduti? Ho avuto il bagno di verità: il valore della VES e il numero delle piastrine sono fuori dallo standard. Dovrà dirmi tutto (oppure niente?) lo specialista che guarderò in faccia provando a decifrare le sfumature espressive – tra non meno di quattro giorni. Ancora attese.

 

Sogno d’anarchia

Nel sogno che adesso mi ha svegliato sgambettavo con energia sul vialetto interno al giardino di una villa, e tuttavia stavo fermo. Il sogno aveva il potere di non farmi avanzare che a una velocità di pochissimi centimetri al minuto, malgrado mettessi nella corsa un’energia sempre crescente e a ogni istante più disperata. Forse per non dare credito all’inspiegabile immobilità, non rivolgevo lo sguardo a terra. So che a un tratto ho intuito che guardarmi intorno ed evitare lo sguardo in basso – per quanto l’intorno rimaneva sempre uguale a se stesso svelando il supplizio dell’immobilità – mi proteggeva da una verità che io già sapevo ma che non potevo assolutamente tollerare mi venisse ricordata. Per qualche ragione, dovevo fingere anche di divertirmi nella pantomima, dunque, con una fatica assai meccanica, tiravo i lembi della faccia e preparavo un buon sorriso (un poco piegato dallo sforzo). Non c’erano ragioni sociali per fingere, perché il sogno era deserto. Se ogni dettaglio del paesaggio – la villa enorme con le finestre murate, i pini scheletrici e le colline lontane e irraggiungibili – poteva anche darmi la sicurezza insormontabile che non ero osservato da nessuno, che l’annaspare ridicolo sarebbe rimasto tra me e me, io dovevo fingere. Ma per chi? Questo conflitto aveva nel sogno un andamento lieve e mi attraversava l’eccitazione come un sovrappensiero a cui è bene dare molta importanza ma che è conveniente lasciare a se stesso, dovevo fingere di gradire la finta corsa e pace. Quando il limite è stato superato e il blocco ha ceduto liberandomi nella corsa, avanzare lungo il vialetto è stato più doloroso che se stessi inoltrandomi in un terribile incendio. Non è stato il dolore a svegliarmi, ma lo scandalo incomprensibile della mia anarchica, audace e libera corsa.

 

Due cose sul piacere sessuale (e sul dolore)


 

Negli ultimi tempi mi capita spesso che in un momento qualunque della giornata un malessere di origine gastrica mi prenda in ostaggio per lunghi quarti d’ora. Quando lo sento arrivare, nel timore di uno svenimento, vado a sedermi sulla prima superficie adatta. In attesa che mi passi, sono attraversato dai soliti pensieri bui. Contribuisco facendo mente (e corpo) locale attorno alla circostanza di questo male che dura, in varie forme, da quindici mesi: all’inizio mi ha predato come pura e semplice tonsillite cronica (vale a dire 2 o 3 influenze al mese della durata di una settimana cadauna), poi l’ho sentito trasformarsi in una febbriciattola permanente che per tutta estate mi ha costretto a girare col maglione sentendo i brividi per il freddo a ogni innocua ventata, a questo stadio il problema era più di tutto la percezione della temperatura: mi sentivo nella condizione termica dei morti, pur conservando una certa vis motoria.
Poi mi alzo dalla sedia, o dall’oggetto che ho utilizzato a questo nobile scopo, e mi sento molto bene. Non mi sento meglio di come stavo prima del malore. Giudico però la situazione incredibilmente migliorata rispetto alla pre-morte di poco fa: è il motivo per cui mi sento molto bene. Di solito, appena il malore è terminato, avverto un piacere indeterminato che identifico immediatamente come qualcosa di molto diverso dal piacere. Evidentemente il mio corpo non sa distinguere tra assenza di malessere e piacere, come tutti i corpi di questo mondo. O almeno è così che mi dico, e mi capita una volta su due di pensare al piacere sessuale, a come, più spesso di quanto vorrei, mi viene da ipotizzare che l’orgasmo sia una semplice interruzione del dolore. È un pensiero sicuramente banale che mi accompagna e informa il mio stato di salute per il successivo quarto d’ora. Quando riprendo ciò che facevo prima del malessere, tutti questi pensieri sono stati oscurati dall’abitudine, e la distinzione fra piacere e dolore è ritornata ai livelli normalizzati e comuni degli esseri in piena salute, non mi sento più vittima di un dolore costante, organico – e normale – la cui interruzione è stata affidata dalla Natura al coito, ma mi guardo con attenzione e mi giudico virtualmente immune dal dolore (la memoria degli esseri umani lavora costantemente alla rimozione del dolore e all’esaltazione idealizzata del godimento) fino alle successive avvisaglie che mi riportano al precipizio oltre il quale il mondo è un travestimento del dolore.
Mentre penetro la donna con cui faccio regolarmente l’amore, quel residuo pre-filosofico vorrebbe risucchiarmi ma glielo impedisco sempre.

 

Il Tirchio (o la proiezione mentale attraverso cui sfangarla in questi casi)


 

Il ragazzo cammina in circolo. Guarda la gente con un’intenzione specifica. E che intenzione. Mi gonfio bene il petto di tutto il pregiudizio borghese di cui sono capace. Si vedrà? Devo calzare la mia armatura più impenetrabile. Non mi piace essere abbordato per strada, e da un uomo con la barbaccia marrone. Sono alla canna del gas, ma non vedo perché dovrei muovere giustificazioni. Tipicamente bianca sul verde praterello, la scritta «Greenpeace» si avvicina a ogni passo che calco. Davvero il ragazzotto ha puntato me. Mi giustifico sempre questi abbordaggi con l’autocritica che ho il viso bonario: sembro veramente poco aggressivo e, come nella giungla, anche in via Trevio la vittima migliore è la più debole. È una bella giornata e il sole dilaga tra gli argini dei palazzi: il centro storico di Tivoli, come la città tutta, non è mai completamente in luce, il vero sindaco che governa questa città è lo stesso da sempre e il suo nome è Umidità. Scantono nell’ombra più prossima, ma il ragazzo effettua un’incredibile torsione e me lo trovo accanto, sguardo di ferro appena lucidato.
«Scusa, conosci Greanpeace?» mi dice.
Mi volto in cerca di un destinatario per la questione, ma l’unico possibile, un vecchio che sicuro bighellona dal giorno in cui è diventato pensionato, guarda di fronte a sé, da cieco.
«Come no!» esulto appena invaso dalla letizia, non so elaborare altra strategia. Infatti, è spiazzato: per prassi la prima difesa del passante è l’aria ignorante, aggressiva e paonazza di chi è appena stato partorito.
Si è ripreso quasi subito. «Allora ti va di…» Mi do alla farneticazione interiore, che come sempre mi isola in un limbo grammaticale da cui, in un modo segretamente ossessivo, considero il valore grammaticale dei termini: in questo caso, allora è congiunzione conclusiva. «Allora cosa? Cioè, a partire da quali premesse? Oggi è bel tempo. Allora, vado a pesca. Domani è domenica, allora oggi è sabato. Eccetera», articolo nel mio raziocinio più elusivo.
«…di darci una mano?» dice. Una mano…
«Mi scusi», prendo tempo e, per un riflesso indecente, mi guardo una mano. Come se fossi disposto in qualche modo a staccarmi la mano destra, con il polso sottile e le vene più azzurre del solito, per fornirla in gran pompa a quello di Greenpeace. Ma l’illusione decade.
«Una mano sì», dico uscendo dalla letteralità, «ma non i soldi».
Mi spiega che non vogliono soldi. Allora tiro un sospiro di sollievo (allora, congiuzione conclusiva). «Non prendiamo soldi, chiediamo una quota di partecipazione che può versare in un altro momento».
Ah.
«Guardi, sono tirchio».
«Che dici?»
Il fatto è che messo alle strette, come tutte le persone timide, produco reazioni imprevedibili persino ai miei occhi.
«Sono tirchio», mi abbandono alla perentorietà. E ne sono subito soddisfatto. Infatti, mi narro che se avessi risposto «Non ho soldi», il ragazzotto e la sua barbaccia mi avrebbero domandato: «Ma perché?» Mi è già capitato una volta, ma non con quelli di Greanpeace, non ricordo a quale scopo: «Non ho soldi», «Perché?», «Perché non crescono sull’albero». La risposta giungeva come se fosse dettata dal mio sfortunato nonno direttamente dall’aldilà. Oggi nessuno si esprime così. Però, sul momento, mi ha soddisfatto parecchio. Comunque non fa niente, adesso ho sfoggiato un altro archetipo, un’altra carta: il Tirchio.
«Purtroppo sono tirchio…»
«Non ti interessa del mondo in cui abitiamo?»
«Mi interessa molto».
«E allora».
«Allora…»
«Si può collaborare anche con poco».
«Quanto poco?»
«Trenta euro».
«È troppo».
«È il costo di un caffè, tutti i giorni per un mese».
«Con questa storia del caffè, ti propongono di abbonarti dovunque. Il costo di un caffè. La verità è che il caffè è un consumo voluttuario a cui puoi rinunciare in qualsiasi momento. Se ti affacci in un bar, e ci ripensi dopo esserti sporto troppo, puoi svicolare domandando un’informazione qualsiasi. ‘Mi sa dire dove, per il colosseo’? Ma in fondo avresti voluto chiedere un normale caffè, e ti sei pentito, quante volte succede giovanotto? Le svelo un segreto: molte volte».
«Ma allora è una malattia…»
«Allora sì, una malattia che preserva da una malattia più grave: la miseria».
«È mostruoso».
«Ma umano».
«Che lavoro fai?»
«Scrivo per i miei nervi».
«Sì, lo so che non sono affari miei. E poi, io sono soltanto la proiezione psichica della persona – barbaccia grigia, stessa maglietta – che ti ha importunato due minuti fa, e a cui, di riflesso, stai rispondendo per tramite mio. Avresti voluto essere con lui altrettanto spigliato e virgoroso, ma non è andata così e allora adesso ti stai rifacendo su di me».
«È così», dico.
«Vuoi parlarmi ancora della tua tirchieria?»
«No, mi sono sfogato».
«Passerai ad altri pensieri?»
«Eccome, voglio dimenticare l’ennesimo paltoniere con cui ho dovuto giustificarmi: ‘Non ho soldi’. Come se l’elemosina fosse un principio del quieto vivere».
«Sicuro di non avere bisogno di dire altro? In fondo sono una proiezione mentale passeggera, non mi ritroverai semplicemente volendo, sono il risultato di incroci cognitivi eccezionali».
«Hai ragione, sì. Stronzo, ma perché non vai a farti fottere?»