Morbosità dell’acqua o un’invenzione fatale

 

Prima di sentirmi svenire, ho ragionato su un bel progetto di scrivania idro-repellente dall’utilizzo semplice e quotidiano, e mi sono meravigliato di quanto il conformismo domestico ci faccia sopravvivere imbrigliati a schemi primitivi.
Ho pensato a una vasca quattro metri per quattro, una specie di grande box collocato al centro del soggiorno; lo vedevo proprio davanti a me, trasparente, dagli angoli bassi un po’ smussati e felicemente al centro della scena domestica. Una porticina, di plexiglass esattamente come la vasca e ovviamente impermeabilizzante per la struttura tutta, consentiva di entrare ed uscire dalla vasca prima del suo riempimento.
La scrivania contenuta nel box, della stessa trasparenza e anch’essa di razionale plexiglass, è corredata di una sedia del medesimo materiale con un cuscino trasparente sulla seduta con dentro del morbidissimo e molto vitreo gel. La scrivania potrebbe essere dotata di uno di quei computer impermeabilizzati, e di altri accessori adatti. In ogni caso, l’uomo al lavoro, nella sua tenuta che comprende un costume da bagno e una cravatta di nylon impermeabile, attende adesso ansiosamente la salita del livello spumoso e salvifico dell’acqua calda. Nel suo box da lavoro, si sente invulnerabile. Le tensioni non lo avvicinano o lui se ne libera sciaguattando i piedi nudi nel vuoto della scrivania. Guarda il resto del soggiorno come da un mondo distante universi: la libreria sulla sinistra, il divano con al centro il gatto colore di neve, il quadro in cui si vede riflesso nonostante il ritratto gli somigli meno del ricordo che ha di sé e del proprio volto.
Sono nella vasca da bagno, in un normalissimo e borghesemente affidabile bagno domestico; ma sono l’uomo nel box, al centro del soggiorno, immedesimandomi al punto tale che a occhi chiusi mi sembra di avvertire il profumo del divano nuovo, e di sentire le fusa ingiustificate del gatto. Sto male, e non me ne accorgo.
Ho immaginato per filo e per segno la mia invenzione e ho pensato che rivoluzionerebbe la mia poltroneria, sovvertendo l’istinto a rimanere raccolto sul divano accanto al gatto o altrove in casa verso un non più sovvertibile ordine acquatico e primitivo. Il box scintillante nel mezzo del soggiorno; l’uomo che ne occupa la scrivania – sentendo finalmente il calore dell’acqua ad altezza reni e ancora in salita – può dirsi felice e infantilmente accolto. Lavora nell’acqua. Ha persino la cravatta. E si trova in un interregno domestico, proprio come me in un istante di smarrimento attraverso i nuvoloni di vapore e l’aria densa da impazzirne. Dove mi trovo? Dove? È un interrogativo che scaturisce dall’immaginazione dell’uomo al centro del soggiorno nobilmente al lavoro, un uomo che come me ha il privilegio di poter lavorare da casa e ha avuto, al contrario di me, la forza di istituzionalizzare il senso di perdita e di scomparsa dello spazio-tempo con questa invenzione: il box lavorativo caldo e fumante e più splendente di un desiderio rubato da una spiaggia caraibica nel sole della fantasia popolare.
Devo poggiare la nuca sul bordo della vasca, aprire la bocca verso l’alto, respirare inutilmente a pieni polmoni. La nudità è adesso un abito: mi sento stranamente vestito di una pelle che non è mia. L’aria è insopportabile, il bianco del vapore è ora l’immaginazione di una catena montuosa nell’estremo Oriente di questo bagno. La profondità del locale è messa gravemente in dubbio. Il petto mi suggerisce un principio acuminato e tagliente di soffocamento. Le gambe mancano, mi sollevo e cado rovinosamente fuori dalla vasca.
Questo è successo, fuor di finzione.
Ma nella finzione, vale a dire nell’immaginazione ossessiva del tale che usufruisce della mia rivoluzionaria e soleggiata invenzione, le cose vanno altrettanto male. Mentre capisco il motivo della mia scivolata nell’assoluto nulla, vedo per l’ultima volta l’uomo, spaparanzato e ancora incredulo nel box lavorativo colmo di bianchissima spumaccia, alle prese con uno svenimento simile: troppo tempo trascorso nell’acqua calda, e poi il vapore densissimo ormai nella stanza saturata, l’inesorabile bassa pressione.
L’uomo sviene, come io mi allungo verso il pavimento a cercare un appiglio per sollevarmi di nuovo; l’uomo sviene e affonda accanto alla sedia, nel box lavorativo, non riuscendo ad artigliare la sedia trasparente, con la seduta trasparente piena di morbidissimo gel. Cade nell’acqua; io mi sollevo nel bagno quasi svaporato e immateriale per agganciarmi alla maniglia della finestra o meglio dell’unico portale dimensionale che garantisce un’uscita dalla paura di soffocare qui in bagno.
L’uomo muore prigioniero della mia invenzione.
Io comincio a respirare, sfidando apertamente la mia bassa pressione congenita e che tante volte mi provoca dei mancamenti non solo in questo bagno: la finestra aperta, il mondo esterno colorato, le biciclette con due ragazze splendide e bionde a bordo sull’altro lato di strada, tutto il reale entra nel bagno e mi porta con sé nella normalità di un mondo dove l’acqua ha lasciato emergere le terre e si è ritirata tutt’intorno almeno tre miliardi d’anni fa.

 
 
 
 

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Dio borghese o la sacralità dei caloriferi

 

In certi giorni mi sento ricco e potente. È soprattutto il calore che proviene dai caloriferi a innalzarmi come una mongolfiera nei cieli borghesi. In certi giorni il calore è una specie di grande forza che mi muove dentro un senso di confidenza con la sorte. Mi appoggio gambe e natiche sulla ghisa del calorifero, mi sento scoppiare di fortuna e pieno di risorse nei confronti di qualsivoglia progetto di felicità. A volte mi piace lasciarmi scottare. Resisto fino all’urlo, poi mi stacco e contemplo dall’interno il sollievo dell’epidermide in contatto con l’aria più fresca e più generosa che mai. Mi capita spesso di ricordare i miei anni trascorsi in montagna, quando l’inverno abbassava la temperatura e le speranze di vita animale di 20 gradi circa e la neve circondava la mia piccola casa fusa al bianco di un cielo primordiale che minacciava di inghiottire la realtà. E allora, pieno di questi sentimenti inconfessabili, mi avvicinavo tutto solo al calorifero dell’unico locale veramente abitabile (la stanza da letto aveva spazio per il letto matrimoniale e per un po’ di inevitabile muffa sempre sulla via di rinascere ad ogni colpo di spugna; il bagno sarebbe stato ampio e regale per un nano dalle esigenze non troppo smisurate; e soprattutto nel soggiorno arrivava una luce cristallina e desiderabile attraverso entrambe le finestre), mi abbracciavo tutto al calorifero con una tenerezza infantile e ridicola sentendomi molto fortunato, molto ricco, molto invidiabile.
Non ho mai razionalizzato questo mio amore per i caloriferi. Anche dopo, quando la necessità del calore non veniva cerchiata o sottolineata dalla neve, ho sempre creduto fondamentale un ringraziamento più o meno quotidiano al dio dei caloriferi, e cioè al mucchietto di soldi sufficiente a pagarne le spese (e poco altro). Innanzitutto mi piace del calorifero l’imperfezione tattile: raramente i caloriferi sono lisci, e quando lo sono hanno comunque piccoli grumi percettibili al passaggio di una carezza o di una stretta di mano. Sono costantemente esposti al proprio calore, lo sopportano con la modestia degli operai senza altre ambizioni, e hanno un loro modo epidermico di sopportare una simile condizione: forse si spellano, o si fanno ruvidi di conseguenza, o diventano coriacei col tempo inasprendo le loro imperfezioni tattili.
A volte cerco di immaginare la vita di quelli che non hanno un calorifero a cui aggrapparsi. Il freddo, le strade vuote, la luce dei lampioni ancora più fredda, la notte che ha subito un colpo di spugna e ha perso la propria stellata a causa delle luci e del calore degli altri (i proprietari dei caloriferi). A dire il vero l’immaginazione si blocca per una mancanza di coraggio difficilmente affrontabile senza l’abbraccio a un calorifero: e allora, quando mi trovo nell’abbraccio del calorifero e penso a chi non possiede questa sicurezza dallo sguardo di ghisa, mi faccio coraggio e li vedo, gli uomini senza calorifero, e tuttavia non riesco a immaginarmi nell’atto di donare loro questo mio calorifero e di scongiurare in tal modo quel freddo ch’è innanzitutto una grande assenza d’amore, vale a dire di calore.
Altre volte penso a come mi sentirei se i caloriferi si spegnessero definitivamente in una notte molto buia per ragioni di mancato pagamento e se tristemente non avessi di che pagare: concludo che i caloriferi non sono niente, senza un calore onestamente acquistato. I caloriferi non sono caloriferi, fuori dalla possibilità di generare un calore decente. Così mi accorgo che il mio amore per i caloriferi è interessato. Non sono realmente affezionato all’oggetto. O meglio, come accade con le persone: sono affezionato al calore di cui posso in molti modi godere; se la persona muore, infatti, non posso dire di essere ugualmente affezionato a quel corpo senza calore: ne avrei probabilmente schifo, e riuscirei ad amarlo soltanto grazie a un senso di colpa molto tenuto a bada.
I caloriferi sono l’essenza della nostra società civile. O l’emblema. O la cartina di tornasole. O semplicemente, una cara reliquia da tenersi molto stretta finché non si arriverà alla consapevolezza che i tempi sono cambiati, e fuori c’è il deserto freddo di un’epoca postapocalittica, i caloriferi sono diventati un oggetto sacro per una religione che spera in un ritorno magico o divino del calore.
«Perché non parli?» vorrei dire in certi giorni al mio calorifero. Ma avrei paura se il calore vitale della ghisa si rivelasse debole, transeunte, come il calore umano, ne avrei un terrore inconfessabile che si esprimerebbe in un freddo repentino nelle ossa, dentro i nervi, sotto le cavità oculari.
La casa mi ascolta. È il nostro misterioso abito liturgico che non si gualcisce e rivela la propria tessitura sentimentale, a contatto con i suoi muscoli di ferro, nel buio.

 
 
 
 

L’aspirante pugile

Non un’intercettazione ambientale

 

Wainer Vaccari, Fighters

 

Il cielo è quasi terso, fra pochi minuti sarà quasi buio. Mi chiamo Daniele Muriano, sono un aspirante autore; mi trovo a Tivoli, nel cortile illuminato da una luce che non riconosco e che attribuisco al vezzoso carattere autunnale di quest’anno: cortile? Mi sembra piuttosto un ring. Le luci autunnali sono troppo gialle per essere di tipo neon, ma lo diventeranno. Sono un pugile che combatte contro la propria ombra anonima. Chi sono? Ma Daniele Muriano, l’aspirante eccetera.
«Ma quindi non è disposto a rappresentarmi?»
La mia voce è chioccia, il pugile non è credibile. Calpesto l’acqua di una pozzanghera recente, in spregio alle mie nuove pantofole. Torno con l’attenzione al telefonino, la immetto nella linea telefonica. Sono tutt’uno con la rete telefonica, respiro anche per il mio interlocutore.
«L’email che le ho inviato è chiarissima», è la risposta che s’innerva nel pomeriggio.
«A dire il vero…»
E mi ricordo del tempo speso a scrivere il libro di cui stiamo parlando. Non un capitale di tempo. Piuttosto la cortina di ferro. (Per me scrivere un romanzo – o qualcosa di simile a un romanzo – è vivere all’interno di una cortina di ferro. Come se vivessi in una nazione isolata e buia, dove bisogna risparmiare l’energia elettrica e i viveri. Sì, ecco l’impressione. La tengo per me e la dischiudo in un buio interiore che sparisce). La cortina di ferro e il tempo speso al suo interno stanno per ricevere un brutto colpo.
«Le continue allitterazioni e anche le ripetizioni dovrebbero essere corrette…»
Ricordo nel vano sentimento di rivalsa che conquista in simili frangenti l’aspirante, sotto le luci eclatanti dell’autunno sempre più neon, ricordo, sì, la lettera ricevuta l’altr’anno da un famoso editor. Mi si diceva: «Il romanzo pecca di gravi ripetizioni». Si trattava di un’altra opera. Anche in quell’occasione, nel leggere sotto le luci strampalate di un altro giorno e di un altro ring il pedestre uppercut contro il mio romanzo, tirato con i piedi contro tutte le regole che io invece mi ero immaginato, ricordo che pensai alla cortina di ferro: i caffè, le ore corte, i risvegli anticipati, la forma del mio tempo libero deformata come quegli orologi di Dalì. Da bravo pugile abile soprattutto a incassare e a venire tartassato, reagii con disciplina. Bisogna sempre lodare la capacità critica, vera o presunta, della persona con cui l’aspirante si trova a intrecciare i pugni: è una regola del pugilato. Ma cosa significa gravi ripetizioni? E l’avere organizzato il romanzo per assonanze e ripetizioni – come un’opera di Steve Reich o di Thomas Bernhard – fa di me uno stupido? Ouch, direbbe Paperino dopo aver ricevuto cotale uppercut.
«Le ripetizioni, sa…» mi dice l’agente letterario. E io mi rivedo seduto al tavolo, nella banalità di un lucore da abat-jour, a calcolare l’effetto delle ripetizioni e delle allitterazioni di questa, di quella frase. Ma com’è possibile farsi del male con così pronunciata stupidità?
«Ha ragione, sì. Grazie, terrò da conto», dico. E penso al fallimento: cosa vuol dire fallire? C’entra il carico di ambizioni che hai calato improvvidamente sul crinale della sfida e che ora – nel momento del fallimento – ti rovina sulle vertebre sacrali, marmoreo calcio nel culo?
«Sa, una scrittura così ambiziosa…»
È la verità. Ho l’ambizione di fare del mio ring qualcosa di intenso e di bello. È un crimine? Il Mercato te lo fa scontare come tale. Tu vuoi produrre una merce di poca vendibilità? Sì. Vuoi che sia persino bella? Cazzi tuoi.
«Una scrittura come la sua dev’essere perfetta, o non essere».
Ma che ti ho fatto di male, Mercato? Lo ritieni un affronto, un romanzo non lineare, Mercato? Hai perso di vista la tua naturale, imperturbabile e affabilissima indifferenza, o Mercato? Mercato!
«La verità, mio caro, è che voi perdonate tutto a chi produce merda. Ma se uno s’ingegna a fare i conti con un orizzonte più luminoso, lo punite! Non gli fate passare una virgola. Deponete da una parte i criteri larghi con cui avete selezionato il concime. Vi cambiate in un amen la dentiera. E ora masticate con un’aria schifiltosa d’altri tempi la non-merda. Non siete più gli stessi, ma non siete neanche i raffinati che credete di essere», dico al Mercato. Al telefono sto zitto.
«Avete chiuso un orecchio e nell’altro avete una conchiglia: attraverso questo particolare strumento vorreste ascoltare la litania di un mare direi evaporato, e non vi accorgete del grande bacino contemporaneo in cui siete inabissati (ma per carità: fino al collo!)»
«E poi, mi scusi, c’è anche il compiacimento. Il compiacimento no. Bisogna scrivere, non cercare di stupire!»
Ricordo la fatica con cui ho simulato strategicamente un entusiasmo che non avevo: ai non addetti bisogna dire che il Mercato chiama «compiacimento» tutto ciò che non fa rima con «intrattenimento», tutto ciò che uno scrittore mette di proprio per alzarsi orgogliosamente dal mare fecale in cui lo si vorrebbe; agli addetti non bisogna dire nulla perché lo sanno. (Ma addetti a che cosa? Alla navigazione…)
E abbiamo continuato a parlare con reciproco rispetto e molta cortesia. Poi l’autunno ha spento le sue luci, i neon sono stati pignorati, il buio è venuto a ritirare l’incasso dell’incontro clandestino: Mercato VS Muriano, K.O. tecnico.

 
 
 
 

Sofferenza per le immagini

  

Il film è finito. Ora c’è il cielo: un’immagine tetra dove il fulvo si mescola al grigio delle poche nuvole. La strada è fin troppo silenziosa, devo avere l’udito fuori sesto. Sto camminando verso l’automobile: poi inserirò le chiavi nel quadro, avvierò il motore, vedrò sul grande schermo dell’automobile – con buona pace della parola «parabrezza» – il mondo vero e brillante, lo scorcio grasso e tronfio con l’ultimo sole, il cartello di divieto di parcheggio rossoblù.
Sono l’uomo oltre il cinema, ma ancora, mio malgrado, in quel cinema da cui sono uscito. Le immagini sono una forza che da tempo governo faticosamente e che mi imbratta l’immaginario come un’immondizia intollerabile, quando sono significative e violente (le immagini di questo film sono esattamente significative e violente).
Guardo per l’ultima volta l’insegna civile del cinema. Mi ripeto questo nome, poi lo dimentico. Posso entrare nell’automobile. Mentre infilo una gamba nell’abitacolo mi torna addosso la violenza del pestaggio, tant’è che ritraggo l’arto e lo rimetto dentro al film, nella sua realtà bianca, nera, fulva e grigia come questo cielo. Se la scena del film che ho appena visto somiglia a questo cielo, non è proprio colpa mia. La realtà si diverte a mimare la sua finzione, quando le immagini hanno preso il sopravvento. Eppure – ci rifletto in un tempo piccolissimo –, siamo cosparsi di maledette immagini, e la vita di tutti i giorni è in molti casi completamente bidimensionale. Per molti, la gran parte delle persone intraviste in una giornata sono nient’altro che immagini: penso al casellante dell’autostrada, allo sportellista che lavora al di qua di un vetro, al soldato di guardia all’ingresso del parlamento, al montatore del film appena finito: guardano gli altri e ne afferrano i tratti, i colori, le forme incarnate solo attraverso una assoluta spoliazione, e ciò non desta in loro la benché minima paura (figuriamoci; è anzi necessario per la routine e per l’efficienza che le persone si riducano alla vista, a ciò che questo senso così ingombrante decide di fare del prossimo).
Soffro nel guardare.
Negli ultimi tempi certi film mi riducono a uno straccio. Non so neanch’io perché. Stranamente le parole più terribili – anche se organizzate con la terribilità estetica più spregiudicata – non mi fanno un granché, e alla fine, chiudendo il libro – romanzo, saggio, raccolta poetica –, mi sento ricco di suoni e pace intellettiva ma come invulnerabile, emotivamente bardato, maniacalmente presente a me stesso. Questo non succede, accidenti, con le maledette immagini. Ci penso mentre accendo il motore dell’automobile, proprio nell’istante in cui la scintilla raggiunge il sistema d’avviamento, e non ho timore di darmi una risposta: le immagini non le controllo. Le parole le assaggio, le mastico, le riduco a bolo linguistico e immaginifico, e solo allora posso immetterle nel mio immaginario-digerente che se ne occupa nel modo più indolore e più invisibile.
Ecco, e invece sopravvivo con difficoltà allo sbudellamento che un film di grande cinema mette in atto nella sala ai danni dei poveri paganti spettatori (spettatori del proprio sadismo, tra le altre cose). Ci penso non appena i palazzi della nera periferia, così simile alle immagini del film che è appena finito, mi si parano davanti: non è colpa dello spettatore se la realtà asseconda la finzione: in questo caso, l’ambientazione del film che è appena finito è quella – diciamo – in cui vivo; e sono così scosso che non riesco a capacitarmi davvero della forza, o della bellezza di questo film.
(Una volta non ero mica questo genere di spettatore degenere. Da ragazzo riuscivo a guardare tre o quattro film in un giorno ed uscirne indenne, integro nell’immaginario e nella salute delle emozioni. Cosa mi è successo? Come sono diventato tanto vulnerabile all’immagine, al guardare? Che cosa ha innescato questa sensibilizzazione di tipo allergico – o cosa mi sarà mai capitato…?
Forse sono state le parole. Ho esagerato, ne ho fatto incetta, di queste maledette parole. Sono riuscito a governarle, almeno per ciò che mi interessava raggiungere sul piano estetico. Mi sono immunizzato. Non ho insomma più nessuna paura di questa o quell’altra parola tabù o impronunciabile. Forse sono state le parole a vendicarsi).
Questa parentesi è frutto di un momento di pausa. Il rosso, colore fortissimo, mi evoca un altro rosso che si trovava nel film appena finito. Il semaforo ha delimitato un arco di tempo (e di spazio) a dire il vero quasi infinito. Ho potuto considerarmi come in una bolla di ferro striata di riflessi e di ombre impossibili. Nella… bolla di ferro ho riflettuto, e uscito dal pensiero che ho riportato fra parentesi mi sono sentito più forte, più consapevole e vero. Oh-oh, sono le parole a essersi vendicate, è così. Se uno passa molto tempo sulle parole, quelle poi si vendicano. Non vale solo per gli scriventi come me. Vale per i politici, per i giornalisti di certi brutti giornali, per i burocrati, per i poeti, per i notai, per gli stenografi, per i graffittari, per i rapper, per i venditori di enciclopedie, per i compilatori di encilopedie e per tutti i perfidi parolai di questo mondo. È il pensiero che ho appena fatto. E in questo momento mi sento sicuro della mia intuizione. Abbraccio quasi il volante, stringo un istante dopo il fallico cambio e accelero in un modo che non mi riconosco.
In una microeternità pensosissima, stabilisco che un’eccessiva confidenza con le parole scopre l’essere umano su quell’altro confine. Giocare con le parole offende la vista: sarà per questo che i ragazzini di oggi, tutti a proprio agio con le immagini e immersi da capo a piedi in una strana e per me inspiegabile pornografia del quotidiano – fuori e dentro la rete –, sono troppo spesso in cattivo agio con le parole forti, sarà per questo – e se è così vorrei imparare come diavolo posso fare io. Amen.

 
 
 
 

Tentativo di assenza dai social network

 

Prima di uscire di casa per una passeggiatina, chiudo la botola dei social network, anzi del social network, non avendo altri “profili” a parte quello su facebook (e il profilo mio più apprezzato, naturalmente, che comprende un grosso naso e una barbaccia nerastra). Sostituisco la foto del “profilo” con un riquadro che contiene l’avviso «Mi assento per un po’». Equivale al cartello del «Torno subito», mitica avvisaglia di libertà del commerciante che, da qualche anno in qua, scarseggia sulle vetrine dei negozi di città rimanendo come comparsa senza il ruolo protagonista dell’autoaffermazione nelle periferie o nei piccoli centri; in città no, un simile avviso, fosse anche motivato da un impellente bisogno oscuro e fisiologico, è una bestemmia per la produttività, è antiestetico e volgare. La presenza, innanzitutto. Èd è così anche nel negozio virtuale, nell’e-commerce della socialità aperto 7 giorni su 7 che è appunto il social. Esco e sono libero. Mi assento per un po’. Più chiaro di così. Nessuno mi cercherà su facebook. Ma che importanza ha! Di solito non mi cerca quasi nessuno, e i pochi che mi cercano sono i miei amici, tutti a conoscenza degli altri modi più o meno pratici – ad esempio uso pochissimo il cellulare – per entrare in contatto con me. Ma quindi perché vedo crescere davanti a me la libertà come una pianta rampicante lungo il sentiero in ascesa verso la città? Perché le percezioni e i sensi ne hanno guadagnato per così poco, e senza che in effetti la mia libertà sia mutata di un grammo? Domande retoriche, va bene. Ma adesso, camminando sul limitare della piazza che affaccia sul larghissimo e lontano plastico della città di Roma, mentre mi decido a guardare il solito paesaggio velato e tremolante con un’altra intenzione, mi riassumo il senso della mia libertà. Sono io che guardo questa particolare luce del giorno, sono io che faccio pensieri miei e dunque di qualità indecifrabile e assolutamente segreti. Io e basta. Si dice che i social network siano i luoghi dell’io-io, dove tutto è coerente e compatto nei confronti di un unico piccolo egoismo (ciascuno ha il proprio, ovviamente, e lo espone in modo più o meno gradevole). Ma forse – scopro – il vero egoismo è far esistere il proprio mondo solo per sé: non fotograferò il maledetto tramonto, né scriverò una frase a effetto che attiri i like del mio prossimo e nemmeno ci proverò: il tramonto è mio, per quanto sia momentaneamente più interessante di un sogno iper pittorico alla Turner – un giallore mai visto che sprigiona qua e là scaglie d’oro placcato e che, assistito dalle basse nuvole temerarie, si supera come colore per stimolare e diventare chimicamente sensazione. Non sarebbe stato possibile pubblicare su facebook una sensazione. Ma avrei potuto scrivere ciò che penso, nell’istante in cui elaboro i pensieri che in un secondo momento (hic et nunc) scriverò: «La letteratura è una forma di realtà aumentata».
Avrei potuto scrivere su facebook questo status: «La letteratura è una forma di realtà aumentata». Ma si sarebbe poi capito? Senza la letteratura che, come in questa paginetta di appunti, riflette su se stessa – sarebbe comprensibile l’aforisma estemporaneo: la letteratura è una forma di realtà aumentata? Immagino quindi di aver pubblicato su facebook la fotografia di quel tramonto così simile a una sensazione con la didascalia di cui sopra: «La letteratura è una forma di realtà aumentata». Lo immagino proprio, davvero, sì. Sono sul ciglio elevato e panoramico e mi immagino di aver pubblicato la mia istantaneità. Ora sono su facebook. Io, il mio bel panorama del momento, la frasetta sulla letteratura, io, io sono su facebook. È un piccolo delirio sperimentale, una conseguenza dell’allontanamento dall’immediatezza, una chicca per la psiche durante una passeggiata al largo di facebook e delle sue dorate sponde, uno scadente miraggio comprato in un negozio cinese che vende sogni e apparizioni di bassissima qualità. Eppure mi succede di vederlo o di sentirlo. Ed è allora che mi rendo conto di non essere davvero fuoriuscito dal social network. La logica della condivisione e della divisione dalla realtà permane. Sono io e non sono io, ma sono sempre e comunque su facebook. So che la letteratura è una forma di realtà aumentata, ma non è abbastanza; difatti non avevo nessuna intenzione di pubblicare la mia istantaneità in facebook ma poi, esaurita la passeggiata, ho pensato che avrei pubblicato il resoconto della mia assenza su facebook.

 

 
 

 

 


 
 

 

 

Scrittura e felicità [appunti]

Ci sono giornate troppo belle e (addirittura) interi periodi in cui mi sento così bene che non trovo mai niente di buono da scrivere. Quando mi capita, sperimento una disperazione per la felicità che, per una chimica dell’animo umano mai chiarita del tutto, mi rende addirittura più felice (addirittura). Disperarmi per non avere nulla da scrivere a causa di un benessere eccessivo mi fa sentire meglio. Alla fine smetto di disperarmi e la felicità trova un suo livello più che stabile. E non scrivo, se non testi privi di aggressività estetica come questo che ho appena incominciato.
Ci sono giornate invece realmente nere, a cui nemmeno la scrittura può porre rimedio, e che anzi, per eccesso d’incandescenza, non si rendono disponibili alla scrittura: deve intervenire una speranza qualunque (un margine di miglioramento in qualsiasi campo della mia vita) ad abbassare l’emergenza di quella disperazione perché si arrivi a un livello d’infelicità produttivamente accettabile, che si possa quindi facilmente infilare tra le pagine di un progetto narrativo senza scompaginarle e senza che il progetto si suicidi per eccesso d’incandescenza; l’infelicità giusta, moderata e per niente paralizzante che si fa linfa per le parole, l’infelicità non totalmente irremovibile pronta a trasformare se stessa in felicità artificiale, da laboratorio, una volta arrivati all’esito estetico più soddisfacente. La felicità artificiale, ecco il sottoprodotto di un buon lavoro di scrittura.
Ma che cos’è la felicità artificiale? È una bella domanda, a cui non si può rispondere senza disilludersi completamente. Certo, è pur sempre possibile convicersi che qualunque felicità sia tutto sommato artificiale, nel senso in cui viene realizzata culturalmente (escluso il sesso; anche se non è nemmeno poi così vero).
Comunque la felicità artificiale è una forma di esaltazione, senz’altro: è, senza esagerazione, un salto quasi fisico che il corpo e i suoi nervi compiono per allontanarsi dalla disperazione e che, momentaneamente, porta a un distacco dalle ragioni dell’infelicità per tramite di un improvviso cambio di priorità: in quel momento anche la fine della vita appare rassicurante, o comunque un’esperienza che si può assurdamente vivere fino in fondo – e se persino l’angoscia di morte è una caramella il resto, a salire, non può essere che una gran bella passeggiata. Questo stato è un livellamento maniacale della semplice onnipotenza dell’infante per cui tutto ciò che è vivibile è anche giocabile. Il divertimento è, nel caso della felicità artificiale, una promessa. È un orizzonte – in termini un po’ più adulti.
La felicità artificiale si nutre di aspettative, ma è come se l’oggetto atteso fosse già stato conquistato e raggiunto. È piacere ricordato di cui si perde il ricordo, e resta il piacere.