Intra moenia


 

Forse mi toglieranno la cistifellea, un organo che prima d’ora avevo soltanto sentito nominare. È un’operazione facilina: ti fanno tre buchi sotto lo sterno, e tirano via l’organo con la materia ospite. In questo caso si tratta di «almeno quattro formazioni subcentimetriche» eccetera di «circa max 7mm» (dal referto medico), in una parola di calcoli. Ci sto pensando mentre arranco nei meandri clinici di questi mesi: quante visite? quanti esami? Ma non ha importanza. Sto già pensando, abbandonato il palo per la frasca, agli urli ministeriali e alla propaganda di questi giorni. E ora, di palo in frasca e di frasca in palo, ai soldi. Sì, alle cascate di denaro speso per la mia salute. Non si può che arrancare quando si contabilizza di fronte a un bicchiere di vino. (E to’, guarda: ci sono dei naufraghi vicino al bordo di vetro… Oh, che disordinato, una cosina per volta).
Bevo e penso al collasso del diritto alla salute: mi è stato impossibile o quasi contare sul servizio sanitario nazionale. In qualche caso, le prenotazioni cadevano di là a undici mesi; a volte non era possibile prenotare la tal ecografia, o il tale accertamento entro i confini regionali e sarebbe stato necessario andare e tornare più volte macinando almeno cinquecento chilometri. È un gorgo scuro e nevrotizzante il bisogno di ricevere cure mediche. Ed è una fortuna che qualcuno mi abbia aiutato pagando parte delle spese, o questi calcoli, che mi causano tutti questi problemi, li avrei scoperti – verifico negli appunti – il 25 febbraio 2019. Gran parte delle visite le ho fatte privatamente, o con la formula intra moenia (locuzione reboante che dovrebbe significare «fra le mura», ovvero: tra le mura della città. Ma per rimanere tra le mura si paga salato. Per rimanere nella città, tra le nostre mura, non è sufficiente la cittadinanza. Le nostre mura offrono ormai una cittadinanza supplementare che non tutti i cittadini possono pagare. Sono mura strane, sorvegliatissime. Starsene intra moenia è un lusso).
Eccoli i naufraghi. Si trovano al largo di questo bicchiere di vino stantio. Li vedo. Sono migliaia, ma dalla distanza iper-alcolica sembrano miliardi. Chi li salverà? Anche loro vorrebbero stare intra moenia, sebbene abbiano visto la città soltanto dalle fessure mediatiche possibili nel continente antico. Rimanere intra moenia è un lusso, e persino chi si credeva tra le mura per diritto di nascita non se lo concede facilmente. E via via, dicono gli ubriachi ai naufraghi del vino. Tornatevene al mare che vi ha rigurgitati. Che se non posso abitare facilmente io, intra moenia, figurarsi gli stranieri. Dico io. Anzi: dovrei dire, secondo quel coglione dallo sguardo appiattito. Ma io mi rifiuto. Non ci penso nemmeno ad attribuire un grammo di colpa per la mia difficoltà nel rimanere intra moenia ai disgraziati che nuotano nel bicchiere di vino. Non ci penso. E non perché l’approccio sia falso.
Non credo alle balle facili di chi considera la migrazione un grande vantaggio per le nostre mura. Gli svantaggi lo sopravanzano. Credo invece che la migrazione sia un problema. Innanzitutto un grande problema etico. E nel versarmi il fondo del fondo della bottiglia, rifiuto di considerarlo innanzitutto un problema economico. Credo che in certi casi si debba procedere a svantaggio degli italiani. Come quando incontri alle 2 del pomeriggio un vecchio malconcio che non si ricorda dove diavolo è casa sua; e sei costretto, purtroppo, ad aiutarlo, ma a svantaggio evidentemente del tuo pomeriggio. O ciascuno metta in questo spazietto intercambiabile le proprie piccole incombenze etiche.
Continuano ad arrivare, in questo bicchiere di vino mezzo vuoto, ma chi non è disposto a cambiare idea si trova luminosamente entro diverse mura. Una città più piccola, in cui ci si rispetta e si danno le colpe per le liste d’attesa alle politiche disastrose dei neoliberisti che (non) si sono votati, mica a quelli che baciano le nostre mura.

 

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Forma di meta-dolore

Mentre il neurologo m’infila l’ago abbastanza in fondo perché il dolore s’irradi dal nervo, penso all’infruttuosa, superficiale abitudine a esprimere il dolore attraverso un urlo sgraziato (lo stesso urlo che poco dopo scaccio di gola): un ahhhr; o a volte uaahr; o semplicemente e sinteticamente ah!
Non sarebbe meglio sublimare la sofferenza in un discorso con i punti e le virgole al loro posto?
È proprio ciò che tento in questo momento: riportare il dolore di cinque ore fa su una pagina di Word (per poi pubblicarlo, il dolore, sul mio sedicente quaderno su internet).
Indosso solo le mutande e una camicia a maniche corte (fiorita). Sono sdraiato e, per una pressione esagerata quanto immaginaria, schiacciato giù per benino. Il neurologo ha i baffi, dettaglio sadico da non sottovalutare. I baffi, i baffi. Sto visualizzando milioni di baffi, quali più chiari quali più scuri, e mi gira la testa: a un certo punto vedo anche due occhi spiritati, ghignanti e allora apro gli occhi.
«Fa male?»
«Moltissimo».
«È un nervo abietto, quello lì».
Nell’oscurità del mio labirinto mi muovo in cerca di un minotauro, come nei tunnel dei videogiochi, ma non avrei dovuto chiudere di nuovo gli occhi. Ecco una bocca spalancata, da qualche parte nella mia interiorità: il fiato è caldo, e si fa immaginare come il fiato di una gran bestia, ahh.
«Fa male?»
«Moltissimo».
Riapro.
Ma un attimo prima di vedere la realtà (nei panni del neurologo) in faccia, mi trovo in una specie di gorgo spaziale: in nero sfumato al bianco rotea, rotea vergognosamente come se la navicella dentro cui mi trovo facesse strane evoluzioni. No, su un lettino del reparto di neurologia, mi sto sottoponendo a una elettromiografia, un esame che, facendo dell’esaminato un puntaspilli umano, un puntaspilli assolutamente in mutande, si propone spocchiosamente di stabilire se un chirurgo dovrà stare sopra di te con il rischio, in caso di errore, di lasciarti paralitico; una sedia a rotelle scorre in quel momento all’interno di una stanza serenamente assolata.
C’è felicità anche in quella vita, ne sono certo. Come c’è felicità in questa mia vita, molto problematica quando devo alzarmi in meno di 7 secondi dal letto, oppure dalla sedia di scatto senza onorare il mal di schiena; ma per il resto mi balocco più di un clown con sulle gote i cerchiolini rossi.
Mi inganno, adesso. E pretendo di essere riuscito a derubricare il dolore fisico a discorso sensato, a incanalare la grandezza del dolore in una tessitura di parole, ma non è così. Il dolore e questi pensieri sul dolore sono identici, nel senso in cui la parola è spesso o molto spesso un meta-dolore, non solo nelle canzoni gridate e nelle pose più caute del poeta, ma pure nei comizi pre-elettorali, nei discorsi fra due del Rotary sulla prestanza delle reciproche imbarcazioni e sul mare mosso di certe giornate, nel buio della politica da cui affiora la faccia di Salvini, nelle giornate luminose raccontate da Hemingway in Festa mobile, nel sesso dei racconti porno e nel sipario rosso che si chiude sull’oscurità di certe giornate quando uno dice «Voglio solo dormire».
Il meta-dolore è ovunque, e perlopiù muove ai piaceri. Non solo perché raccontare l’assenza del dolore illude i sensi, ma soprattutto perché il meta-dolore, nella sua forma parlata o scritta, fa bene al presente: la persona che soffre si individua nel qui ed ora, il dolore presentifica e così agisce la sua oltranza, il meta.
Ora che scrivo sono qui. La parola è qui. La bocca che ho visto e che mi ritorna in quest’ultima riga è qui, ora. E l’elettromiografia, il cui esito è meno disastroso della previsione (non dovrò operarmi), è qui, foglio scritto su un tavolaccio.

 
 
 
 

Il test (ipotesi immunodeficienti)

La mia fidanzata (G) e io, seduti alla scrivania, guardiamo l’uomo che la presiede autorevolmente: l’immunologo o, meglio, l’Immunologo (perché la maiuscola non si nega all’uomo da cui probabilmente dipende la tua fantomatica guarigione). Come scolpita nelle rotondità della mascella, la barba è nera, sembra un unico blocco solido, per niente ispido. Ci lasciamo impressionare prima di tutto dalla barba. Poi viene l’imponenza. Quando si ha di fronte un medico che si è meritata la maiuscola – se non altro per inefficienza e inettiduine degli altri dieci che hai dovuto consultare e sopportare – ecco un gigante, con la testa buca le nubi altissime che non si vedono ma delle quali senti la potenzialità distruttiva e cominci a intuire i lampi, buca la troposfera, la stratosfera, la mesosfera, la termosfera e, da quaggiù, dalla stanza in cui il gigante della medicina conserva i suoi piccoli piedi, chiunque abbia udito può ascoltare il colosso respirare rumorosamente nello spazio vasto e nero, nel frastuono polmonare della creatura, e chiunque abbia un po’ di immaginazione può vedere la sua barba nera fondersi al nero spaziale, vacuo, indecifrabile.
«Lei potrebbe avere l’HIV. L’inversione di questo e quest’altro valore della tipizzazione linfocitaria è tipica del retrovirus. Le prescrivo il test», dice e s’infila la mano tra la barba dando l’impressione di bucare con due dita una superficie solida.
«Ma quando sarei stato contagiato?» domando e guardo G, dubbiosa.
In questo caso, se G non fosse sicura della mia aderenza alla fedeltà sessuale dovrebbe cominciare a muovere un piede per l’impazienza. Ma non succede. È l’Immunologo che, con una pausa imprevista e un’impercettibile (ma chiara) deviazione dell’occhiata, lascia adito non a un preciso sospetto, quanto al diritto della mia partner di sospettare che io sia compromesso clandestinamente in una relazione pericolosa. C’è una microeternità – come avrebbe detto Prévert –, una notevole microternità in cui tutto può essere successo: pioggia, lampi, temporale violaceo, e subito schiarita.
«No. L’unico evento sanguinoso è stato l’intervento dal dentista di un anno fa. Ed è difatti da allora, a pensarci, che sto male. I sintomi sono cominciati la sera stessa. Otiti, tonsilliti, febbri. E poi ipotermia. E tutto quel che ho raccontato».
Vedo il dentista. L’occhio madido dell’untore: ah!
L’Immunologo mi restituisce la cartella verde con le decine di referti, ricette mediche, fatture.
«Le prescivo di nuovo questo e quell’altro esame. Faccia tutto, compreso il test, fra due mesi».
«Due mesi?»
Guardo G, lei mi restituisce lo sguardo incomprensibilmente pulito, tiepido.
«Mi sta chiedendo di aspettare due mesi per sapere se ho l’HIV?»
Il medico sembra stupito, e anche a G – come poi mi dirà – non ha fatto un’impressione meno marziana.
La barba era lì, e poco più in alto e indietro la mente dell’Immunologo. La immaginavo come un gigantesco magazzino dal soffitto alto dieci metri e le corsie polverose tra cui ci si perde cercando una pratica tra le migliaia, o le decine di migliaia protocollate. A un certo punto ho corso e mi sono buttato fuori dall’unica finestrella a oblò, e dal magazzino sono finito in terra, sul prato verde e animato dall’intensa meraviglia del sole, con gli occhi a girare tra i fili d’erba e i minuscoli fiori primaverili.
Ho aperto gli occhi dell’attenzione.
«No. Aspettare è una mancanza di rispetto verso il mio tempo nel mondo» ho detto, con parole più ferrose e meno indorate, esprimendo l’estrema rivolta del buon senso.
Non ho aspettato due mesi per fare il test. G e io siamo entrati in una farmacia. Il commesso ha mimato la solita smorfia di rattenuta curiosità, alla mia richiesta. Il «kit» costava 30 euro. Appena entrati a casa abbiamo messo in piedi la colonnina, dove era stata versata una goccia del mio sangue.
«Se sono malato, mi vuoi bene lo stesso?» ho domandato.
«Certo».
Abbiamo aspettato quindici minuti. G ha mangiato della pasta avanzata, mentre con il piede ritmava i singoli bocconi (la danza contro la morte è antropologicamente quella del pranzo, siamo fatti così da cinquemila anni, non c’è molto da farci).
Allo scadere dei quindici minuti, ho chiesto a G di controllare il visore del test, dove in rosso compare il verdetto.
«Non sei malato!»
«Davvero?»
«Davvero!»
«Allora cosa c’è che, da un anno e mezzo, me la fa pagare cara? Ho le difese di un microbo».
«Non è l’HIV».
Abbiamo cercato di ricordare quali ipotesi l’Immunologo aveva messo nel mazzo, ma il mazzo ci è sfiorito fra le mani.
Siamo andati a controllare nella cartella verde. Le ricette parlavano chiaro. Mi sono messo nella prospettiva di fare altre telefonate, prenotare nuove visite, incontrare nuovi giganti con la testa fin sopra le nuvole, incastonata nell’infinito dello spazio, e con la razionalità perfetta e incomprensibile degli angeli.

 

Il sospetto di non avere vissuto

Mentre mi faccio condurre dalla spensieratezza e guardo le solite insegne, vetrine, strade, penso a quanto il mio raggio d’azione sia breve e a come, sebbene la vita mi garantisca un certo numero di possibilità, mi scopro sempre a girare intorno alle stesse cose (insegne, vetrine, strade e non solo). Sì, ho abitato in quattro città diverse e, mi dico nel tentativo di correggere la prevedibilità che mi sono appena attribuito, mi sono radicato in tre diverse regioni d’Italia: la Lombardia, l’Emilia Romagna, il Lazio. Persino quando da queste parti mi domandano a quale luogo del nord devo i miei natali, accusandomi implicitamente di non avere l’accento caratteristico di queste parti, io rispondendo la verità mi accorgo con molta sorpresa che a dispetto di come appaio al mio sguardo auto-critico (e cioè come un individuo radicato, abitudinario e tutto sommato noioso) ho vagato parecchio e mi sono abituato necessariamente a luoghi e costumi fra loro diversi. Raccontandomi, mi sembra di essere posseduto da un altro soggetto. Mi abitava un altro, mentre io abitavo vicino Como, o in centro a Bologna? Allora, anch’io ho vagato, penso. Anch’io ho vissuto – è il sottotesto. Sì, perché il timore di avere poco vissuto mi sorprende sempre, a tutte le età. Non sarebbe tanto strano se a due anni, prima di arrivare a macinare la lingua compiutamente, io avessi creduto con tutto me stesso di avere vissuto poco o niente nella vita. Dev’essere un sentimento in grado di agganciarsi agli ingranaggi del tempo condizionandone il funzionamento. Comunque, guardando le pieghe morbide del tessuto bianco che appartiene alla gonna scampanata esposta in una vetrina del centro di Tivoli, mi scopro a guardare la stessa vetrina e lo stesso capo d’abbigliamento dell’altro ieri, probabilmente anche dalla stessa prospettiva e magari dallo stesso metro quadrato di terra. La luce è diversa, è acquatica e avvolgente, lievemente violetta nei riflessi del rettangolo di vetro. L’altro ieri era invece fredda come il cielo e il clima. La gonna era un’altra. Mentre mi muovo dal dominio della mia ombra, so di aver visto la stessa gonna bianca e di averne per così dire vissuto un’altra. La luce, il cielo – insomma la cornice – mi impone il significato e mi porta a considerare il quadro in un altro modo. Lo vedo, come si dice, sotto una luce diversa. Ma la luce è ciò che rende possibile la vista, e la vista è ciò che rende possibile la piena esperienza del mondo. Cambiando la luce, la vista e perciò l’esperienza si ritrovano a contemplare un oggetto cambiato, e la gonna di ieri non è più veramente la stessa. Mi imprimo a forza nella mente il dubbio che questo discorso para-filosofico articolato durante il passeggio sia l’ennesimo alibi, ma, in realtà, mi ritrovo a pensare a come, nel corso degli anni, gli alibi occorsi nel momento del bisogno, venuti in soccorso al mio timore di non avere abbastanza vissuto, si sono sempre e comunque dimostrati più veri di quel timore, perché gli alibi che spazzano via le paure come nuvole in un cielo autunnale hanno dalla loro parte la verità della vita mentre le paure restano indimostrabili. Chi può dire se ho visto abbastanza? Se i cerchi entro cui ho limitato la mia vita sono sufficienti a sbuggerare il sentimento della non vita? Gli alibi sono veri, purché siano formulati in modo convincente. È una questione di persuasione, di retorica, di fanatismo. So di gente che fonda la propria duratura felicità su alibi altrettanto duraturi, ma falsi come l’oro di un anello ritrovato dentro un uovo di Pasqua. Tuttavia, è vero che, per quanto io abbia vagato, nelle quattro città che mi sono scelto ho sempre e comunque circoscritto i movimenti entro un raggio d’azione piccolo: sono andato a passeggio sempre nelle stesse zone, a meno di avere ragionevoli motivi per variare; mi sono rifornito negli stessi negozi e addirittura, in caso ci fosse più di una cassa, preferibilmente ho pagato alla solita. Ma la cornice di sentimenti, colori, lune, pensieri non è mai poi la stessa. Lo penso nel momento in cui l’ombra non mi appartiene più. Sono entrato sotto l’arco di pietra vecchio e indistruttibile, grigiastro e ruvido al tatto che anticipa il tratto di asfalto friabile, molto scuro, irregolarmente rettangolare dove sosta, come al solito, quel gatto dal pelo soffice e rossiccio, somigliante più che altro a un grosso topo, che forse ha intuito le mie abitudini e mi aspetta per prendersi una carezza, un’abitudine strana, insolita per un gatto di strada, che mi sorprende in ogni occasione sotto una luce nuova.

 

Due cose sul piacere sessuale (e sul dolore)


 

Negli ultimi tempi mi capita spesso che in un momento qualunque della giornata un malessere di origine gastrica mi prenda in ostaggio per lunghi quarti d’ora. Quando lo sento arrivare, nel timore di uno svenimento, vado a sedermi sulla prima superficie adatta. In attesa che mi passi, sono attraversato dai soliti pensieri bui. Contribuisco facendo mente (e corpo) locale attorno alla circostanza di questo male che dura, in varie forme, da quindici mesi: all’inizio mi ha predato come pura e semplice tonsillite cronica (vale a dire 2 o 3 influenze al mese della durata di una settimana cadauna), poi l’ho sentito trasformarsi in una febbriciattola permanente che per tutta estate mi ha costretto a girare col maglione sentendo i brividi per il freddo a ogni innocua ventata, a questo stadio il problema era più di tutto la percezione della temperatura: mi sentivo nella condizione termica dei morti, pur conservando una certa vis motoria.
Poi mi alzo dalla sedia, o dall’oggetto che ho utilizzato a questo nobile scopo, e mi sento molto bene. Non mi sento meglio di come stavo prima del malore. Giudico però la situazione incredibilmente migliorata rispetto alla pre-morte di poco fa: è il motivo per cui mi sento molto bene. Di solito, appena il malore è terminato, avverto un piacere indeterminato che identifico immediatamente come qualcosa di molto diverso dal piacere. Evidentemente il mio corpo non sa distinguere tra assenza di malessere e piacere, come tutti i corpi di questo mondo. O almeno è così che mi dico, e mi capita una volta su due di pensare al piacere sessuale, a come, più spesso di quanto vorrei, mi viene da ipotizzare che l’orgasmo sia una semplice interruzione del dolore. È un pensiero sicuramente banale che mi accompagna e informa il mio stato di salute per il successivo quarto d’ora. Quando riprendo ciò che facevo prima del malessere, tutti questi pensieri sono stati oscurati dall’abitudine, e la distinzione fra piacere e dolore è ritornata ai livelli normalizzati e comuni degli esseri in piena salute, non mi sento più vittima di un dolore costante, organico – e normale – la cui interruzione è stata affidata dalla Natura al coito, ma mi guardo con attenzione e mi giudico virtualmente immune dal dolore (la memoria degli esseri umani lavora costantemente alla rimozione del dolore e all’esaltazione idealizzata del godimento) fino alle successive avvisaglie che mi riportano al precipizio oltre il quale il mondo è un travestimento del dolore.
Mentre penetro la donna con cui faccio regolarmente l’amore, quel residuo pre-filosofico vorrebbe risucchiarmi ma glielo impedisco sempre.

 

Il Tirchio (o la proiezione mentale attraverso cui sfangarla in questi casi)


 

Il ragazzo cammina in circolo. Guarda la gente con un’intenzione specifica. E che intenzione. Mi gonfio bene il petto di tutto il pregiudizio borghese di cui sono capace. Si vedrà? Devo calzare la mia armatura più impenetrabile. Non mi piace essere abbordato per strada, e da un uomo con la barbaccia marrone. Sono alla canna del gas, ma non vedo perché dovrei muovere giustificazioni. Tipicamente bianca sul verde praterello, la scritta «Greenpeace» si avvicina a ogni passo che calco. Davvero il ragazzotto ha puntato me. Mi giustifico sempre questi abbordaggi con l’autocritica che ho il viso bonario: sembro veramente poco aggressivo e, come nella giungla, anche in via Trevio la vittima migliore è la più debole. È una bella giornata e il sole dilaga tra gli argini dei palazzi: il centro storico di Tivoli, come la città tutta, non è mai completamente in luce, il vero sindaco che governa questa città è lo stesso da sempre e il suo nome è Umidità. Scantono nell’ombra più prossima, ma il ragazzo effettua un’incredibile torsione e me lo trovo accanto, sguardo di ferro appena lucidato.
«Scusa, conosci Greanpeace?» mi dice.
Mi volto in cerca di un destinatario per la questione, ma l’unico possibile, un vecchio che sicuro bighellona dal giorno in cui è diventato pensionato, guarda di fronte a sé, da cieco.
«Come no!» esulto appena invaso dalla letizia, non so elaborare altra strategia. Infatti, è spiazzato: per prassi la prima difesa del passante è l’aria ignorante, aggressiva e paonazza di chi è appena stato partorito.
Si è ripreso quasi subito. «Allora ti va di…» Mi do alla farneticazione interiore, che come sempre mi isola in un limbo grammaticale da cui, in un modo segretamente ossessivo, considero il valore grammaticale dei termini: in questo caso, allora è congiunzione conclusiva. «Allora cosa? Cioè, a partire da quali premesse? Oggi è bel tempo. Allora, vado a pesca. Domani è domenica, allora oggi è sabato. Eccetera», articolo nel mio raziocinio più elusivo.
«…di darci una mano?» dice. Una mano…
«Mi scusi», prendo tempo e, per un riflesso indecente, mi guardo una mano. Come se fossi disposto in qualche modo a staccarmi la mano destra, con il polso sottile e le vene più azzurre del solito, per fornirla in gran pompa a quello di Greenpeace. Ma l’illusione decade.
«Una mano sì», dico uscendo dalla letteralità, «ma non i soldi».
Mi spiega che non vogliono soldi. Allora tiro un sospiro di sollievo (allora, congiuzione conclusiva). «Non prendiamo soldi, chiediamo una quota di partecipazione che può versare in un altro momento».
Ah.
«Guardi, sono tirchio».
«Che dici?»
Il fatto è che messo alle strette, come tutte le persone timide, produco reazioni imprevedibili persino ai miei occhi.
«Sono tirchio», mi abbandono alla perentorietà. E ne sono subito soddisfatto. Infatti, mi narro che se avessi risposto «Non ho soldi», il ragazzotto e la sua barbaccia mi avrebbero domandato: «Ma perché?» Mi è già capitato una volta, ma non con quelli di Greanpeace, non ricordo a quale scopo: «Non ho soldi», «Perché?», «Perché non crescono sull’albero». La risposta giungeva come se fosse dettata dal mio sfortunato nonno direttamente dall’aldilà. Oggi nessuno si esprime così. Però, sul momento, mi ha soddisfatto parecchio. Comunque non fa niente, adesso ho sfoggiato un altro archetipo, un’altra carta: il Tirchio.
«Purtroppo sono tirchio…»
«Non ti interessa del mondo in cui abitiamo?»
«Mi interessa molto».
«E allora».
«Allora…»
«Si può collaborare anche con poco».
«Quanto poco?»
«Trenta euro».
«È troppo».
«È il costo di un caffè, tutti i giorni per un mese».
«Con questa storia del caffè, ti propongono di abbonarti dovunque. Il costo di un caffè. La verità è che il caffè è un consumo voluttuario a cui puoi rinunciare in qualsiasi momento. Se ti affacci in un bar, e ci ripensi dopo esserti sporto troppo, puoi svicolare domandando un’informazione qualsiasi. ‘Mi sa dire dove, per il colosseo’? Ma in fondo avresti voluto chiedere un normale caffè, e ti sei pentito, quante volte succede giovanotto? Le svelo un segreto: molte volte».
«Ma allora è una malattia…»
«Allora sì, una malattia che preserva da una malattia più grave: la miseria».
«È mostruoso».
«Ma umano».
«Che lavoro fai?»
«Scrivo per i miei nervi».
«Sì, lo so che non sono affari miei. E poi, io sono soltanto la proiezione psichica della persona – barbaccia grigia, stessa maglietta – che ti ha importunato due minuti fa, e a cui, di riflesso, stai rispondendo per tramite mio. Avresti voluto essere con lui altrettanto spigliato e virgoroso, ma non è andata così e allora adesso ti stai rifacendo su di me».
«È così», dico.
«Vuoi parlarmi ancora della tua tirchieria?»
«No, mi sono sfogato».
«Passerai ad altri pensieri?»
«Eccome, voglio dimenticare l’ennesimo paltoniere con cui ho dovuto giustificarmi: ‘Non ho soldi’. Come se l’elemosina fosse un principio del quieto vivere».
«Sicuro di non avere bisogno di dire altro? In fondo sono una proiezione mentale passeggera, non mi ritroverai semplicemente volendo, sono il risultato di incroci cognitivi eccezionali».
«Hai ragione, sì. Stronzo, ma perché non vai a farti fottere?»