Sofferenza per le immagini

  

Il film è finito. Ora c’è il cielo: un’immagine tetra dove il fulvo si mescola al grigio delle poche nuvole. La strada è fin troppo silenziosa, devo avere l’udito fuori sesto. Sto camminando verso l’automobile: poi inserirò le chiavi nel quadro, avvierò il motore, vedrò sul grande schermo dell’automobile – con buona pace della parola «parabrezza» – il mondo vero e brillante, lo scorcio grasso e tronfio con l’ultimo sole, il cartello di divieto di parcheggio rossoblù.
Sono l’uomo oltre il cinema, ma ancora, mio malgrado, in quel cinema da cui sono uscito. Le immagini sono una forza che da tempo governo faticosamente e che mi imbratta l’immaginario come un’immondizia intollerabile, quando sono significative e violente (le immagini di questo film sono esattamente significative e violente).
Guardo per l’ultima volta l’insegna civile del cinema. Mi ripeto questo nome, poi lo dimentico. Posso entrare nell’automobile. Mentre infilo una gamba nell’abitacolo mi torna addosso la violenza del pestaggio, tant’è che ritraggo l’arto e lo rimetto dentro al film, nella sua realtà bianca, nera, fulva e grigia come questo cielo. Se la scena del film che ho appena visto somiglia a questo cielo, non è proprio colpa mia. La realtà si diverte a mimare la sua finzione, quando le immagini hanno preso il sopravvento. Eppure – ci rifletto in un tempo piccolissimo –, siamo cosparsi di maledette immagini, e la vita di tutti i giorni è in molti casi completamente bidimensionale. Per molti, la gran parte delle persone intraviste in una giornata sono nient’altro che immagini: penso al casellante dell’autostrada, allo sportellista che lavora al di qua di un vetro, al soldato di guardia all’ingresso del parlamento, al montatore del film appena finito: guardano gli altri e ne afferrano i tratti, i colori, le forme incarnate solo attraverso una assoluta spoliazione, e ciò non desta in loro la benché minima paura (figuriamoci; è anzi necessario per la routine e per l’efficienza che le persone si riducano alla vista, a ciò che questo senso così ingombrante decide di fare del prossimo).
Soffro nel guardare.
Negli ultimi tempi certi film mi riducono a uno straccio. Non so neanch’io perché. Stranamente le parole più terribili – anche se organizzate con la terribilità estetica più spregiudicata – non mi fanno un granché, e alla fine, chiudendo il libro – romanzo, saggio, raccolta poetica –, mi sento ricco di suoni e pace intellettiva ma come invulnerabile, emotivamente bardato, maniacalmente presente a me stesso. Questo non succede, accidenti, con le maledette immagini. Ci penso mentre accendo il motore dell’automobile, proprio nell’istante in cui la scintilla raggiunge il sistema d’avviamento, e non ho timore di darmi una risposta: le immagini non le controllo. Le parole le assaggio, le mastico, le riduco a bolo linguistico e immaginifico, e solo allora posso immetterle nel mio immaginario-digerente che se ne occupa nel modo più indolore e più invisibile.
Ecco, e invece sopravvivo con difficoltà allo sbudellamento che un film di grande cinema mette in atto nella sala ai danni dei poveri paganti spettatori (spettatori del proprio sadismo, tra le altre cose). Ci penso non appena i palazzi della nera periferia, così simile alle immagini del film che è appena finito, mi si parano davanti: non è colpa dello spettatore se la realtà asseconda la finzione: in questo caso, l’ambientazione del film che è appena finito è quella – diciamo – in cui vivo; e sono così scosso che non riesco a capacitarmi davvero della forza, o della bellezza di questo film.
(Una volta non ero mica questo genere di spettatore degenere. Da ragazzo riuscivo a guardare tre o quattro film in un giorno ed uscirne indenne, integro nell’immaginario e nella salute delle emozioni. Cosa mi è successo? Come sono diventato tanto vulnerabile all’immagine, al guardare? Che cosa ha innescato questa sensibilizzazione di tipo allergico – o cosa mi sarà mai capitato…?
Forse sono state le parole. Ho esagerato, ne ho fatto incetta, di queste maledette parole. Sono riuscito a governarle, almeno per ciò che mi interessava raggiungere sul piano estetico. Mi sono immunizzato. Non ho insomma più nessuna paura di questa o quell’altra parola tabù o impronunciabile. Forse sono state le parole a vendicarsi).
Questa parentesi è frutto di un momento di pausa. Il rosso, colore fortissimo, mi evoca un altro rosso che si trovava nel film appena finito. Il semaforo ha delimitato un arco di tempo (e di spazio) a dire il vero quasi infinito. Ho potuto considerarmi come in una bolla di ferro striata di riflessi e di ombre impossibili. Nella… bolla di ferro ho riflettuto, e uscito dal pensiero che ho riportato fra parentesi mi sono sentito più forte, più consapevole e vero. Oh-oh, sono le parole a essersi vendicate, è così. Se uno passa molto tempo sulle parole, quelle poi si vendicano. Non vale solo per gli scriventi come me. Vale per i politici, per i giornalisti di certi brutti giornali, per i burocrati, per i poeti, per i notai, per gli stenografi, per i graffittari, per i rapper, per i venditori di enciclopedie, per i compilatori di encilopedie e per tutti i perfidi parolai di questo mondo. È il pensiero che ho appena fatto. E in questo momento mi sento sicuro della mia intuizione. Abbraccio quasi il volante, stringo un istante dopo il fallico cambio e accelero in un modo che non mi riconosco.
In una microeternità pensosissima, stabilisco che un’eccessiva confidenza con le parole scopre l’essere umano su quell’altro confine. Giocare con le parole offende la vista: sarà per questo che i ragazzini di oggi, tutti a proprio agio con le immagini e immersi da capo a piedi in una strana e per me inspiegabile pornografia del quotidiano – fuori e dentro la rete –, sono troppo spesso in cattivo agio con le parole forti, sarà per questo – e se è così vorrei imparare come diavolo posso fare io. Amen.

 
 
 
 

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Cera, acqua

 

Ogni notte prima di coricarmi mi chiudo nel bagno. È una procedura lenta che richiede attenzione, e per questo voglio essere lasciato solo: la mia compagna mi aspetta in camera da letto. Io sono in bagno, solo, in compagnia della notte nella cornice sottile di una finestra. Cosa faccio? Mi guardo allo specchio, è il primo gesto essenziale per poter cadere nel mio profondo; in questo modo ho come riconoscermi e appaio per l’ultima volta di fronte all’uomo sveglio, perfettamente in sé.
Poi apro la scatolina rosa: tiro il cassettino scorrevole con all’interno i batuffoli. Torno alla finestra. Guardo la notte con i suoi profili minori: le case dimenticate dai propri abitanti, che ora dormono sotto quei tetti; la grondaia stranamente luccicante in questa luce che confina con l’indomani. Ho tolto il batuffolo, lo guardo: il rosa a sbuffo ispira pensieri osceni anche se non saprei proprio di che tipo e a quale perversione aderiscano. I tappi di cera sono malleabili con una facilità disarmante e a dir poco infantile. Ne faccio degli oggetti di forma conica, quindi tronco il vertice, ed ecco i miei perfetti silenziatori notturni.
Per aprire l’orecchio è necessario un certo bagaglio di esperienza: forse soltanto un sommozzatore esperto sa aprire le orecchie come faccio io, per farci entrare il silenzio incerato; ha l’effetto dell’acqua che improvvisamente inonda lo spazio di un bagnante qualsiasi, procedendo con piccoli gradi di sgomento, per quanto il bagnante possa essere avvezzo all’inabissarsi domestico del proprio corpo nel buio.
Infilare un oggetto nella profondità del corpo – in questo caso nella parte più viva e presente a me stesso: la testa – non è affatto facile. Sembra, ma non lo è per nulla. Non è un vezzo quello di chiedere alla mia compagna di aspettarmi dentro la camera. Se non fossi davvero solo in quel momento, mi sarebbe impossibile spingere il tappo di cera fin quasi nelle profondità della materia grigia. Potrei certo spingerlo fino a un certo punto, ma non sarebbe utile: la mia esperienza dice che se il tappo di cera non raggiunge l’imo più remoto dell’orecchio, non serve proprio a nulla: nella notte il corpo si muove, i gomiti danzano su quel letto, la testa ruota più volte di quanto mi possa ricordare, è evidente, e nulla può obbligare il mio silenziatore notturno a rimanere in sede, anzi tutto gioca contro il mio sonno debole e falcidiato al primo scoppio di vita sotto la finestra della camera.
Ci sono voluti quasi dieci anni per imparare a inserire profondamente i tappi di cera nella testa. Credo di aver raggiunto una bella perfezione, a furia di esercitarmi una volta al giorno, sempre agli stessi orari o quasi, e ovviamente quasi sempre in uno stesso luogo: l’addestramento vuole i suoi punti fermi, e io li ho avuti; di questo non potrei mai lamentarmi. La mia padronanza in questa materia a volte mi sorprende. Ricordo quando i primi tempi non riuscivo a silenziarmi completamente: avevo risvegli continui a causa di insondabili rumori, che solitamente si zittivano non appena mi svegliavo e solo raramente si rivelavano per ciò che erano: tonfi sordi di zoccoli dal piano di sopra, colpi di clacson inopinati, urla di ragazzini di ritorno da chissà quale girone infernale, rumori inspiegabili e fantasmatici provienienti dall’interno dei vari elettrodomestici.
Adesso che ho raggiunto questa mia inarrivabile pratica, posso aprire la porta della camera e salutare con un gesto muto la mia donna per poi inabissarmi, in un modo o nell’altro, in un silenzio senza nodi, nel deserto artefatto della mia vita notturna, e là i sogni sono protetti dalla mia pratica, da due centimetri cubi di cera o, se possibile, da un mare lontano e vicino che mi ingoia.

 
 
 
 

Immaginazione del paradiso


 

Ogni tanto mi capita – in un modo indistinguibile fra il temperamento tragico e il pour parler – di pensare per iscritto alla morte. E di solito, in questi momenti di contatto con la serietà o con la pensosità o con la fine della vita, mi si attiva un istinto pratico, messo subito al servizio dell’immaginazione: penso al paradiso, o chiamiamolo aldilà, e ai vantaggi che la nuova cittadinanza celeste – se qualcosa, e qualcosa di bello, davvero esiste al di là – potrebbe portarmi in confronto alla vita attuale. In realtà, ben pochi, quasi nessuno. Mi piacerebbe vivere, dopo la vita, sempre insieme alla mia compagna di adesso e in una casa, sì, magari più bella, ma non più grande – già questa è complicata da tenere spolverata e scopata –, possibilmente con un giardino senza staccionata che confini con terre di un verde a perdita di sguardo; terre che non siano desolate, e neanche troppo popolate: non so decidermi; confido nella vaghezza che di solito si accompagna all’immaginazione del paradiso.
Per un certo periodo, diciamo dai venti ai trent’anni anche se non ricordo esattamente, ho avuto un’idea religiosa piuttosto relativistica, o relativa alle caratteristiche individuali: non so dare etichette, comunque: pensavo che sarebbe possibile spiegare le varie discrepanze tra religione e religione, il fatto ad esempio che qualcuno si immagina l’aldilà in un modo tremendamente infantile mentre qualcuno lo vede come un sogno sadico/sexy, e che sarebbe possibile, in un solo colpo, giustificarle tutte. Molto semplice e facile da comprendere. Dopo la morte, una forza oscura e misteriosa (a cui solo con la fantasia possiamo dare il nome di «dio»), fa si che si avverino i nostri sogni religiosi, le nostre fantasie più o meno sacre; chi si è immaginato l’aldilà come un groviglio di gironi verrà accontentato, e abiterà il suo inferno come da immaginazione – completato e definito, nel caso la persona non fosse dotata di una grande immaginazione, dall’immaginazione completa e perfetta di «dio» –; chi si è immaginato qualcos’altro, abiterà quel qualcos’altro per come lo ha fantasiosamente elaborato; chi si è immaginato il nulla dopo la morte, verrà accontentato; chi ha creduto in quel giro per me incomprensibilissimo delle varie re-incarnazioni verrà sicuramente soddisfatto (si troverà nel corpo estemporaneo di una farfalla, o di uno scarafaggio, o di un uomo ricchissimo – a seconda delle personali classifiche morali valevoli al momento della sua morte); chi si è immaginato la pace bianca e assente, avrà questo candore per la chiara e semplice eternità; chi è stato persuaso per una parte dell’esistenza di una certa idea e, da un certo momento, di un’idea tutta contraria, avrà dopo la fine la fantasia religiosa che più intensamente è stata creduta vera, o per la quale le speranze oltremondane si sono consumate con più vera verità.
Lo pensavo, e me ne facevo una ragione.
Ma non riuscivo allo stesso tempo a capire la sorte (o la oltre-sorte) che sarebbe toccata a me, che mi baloccavo con queste meta-credenze. Forse, una volta morto, sarei stato sparato in un labirinto di ipotesi dal quale non sarei mai più uscito. Forse dio mi avrebbe permesso di scegliermi l’aldilà (un premio alla mia arguzia meta-religiosa), o forse no: e allora chissà.
Dopo i trenta si dice che tutti gli esseri umani diventino più conservatori, e qualcosa del genere è accaduto a me pure. Infatti sono ritornato sul classico – mi dico scrivendo questi appunti dalla mia poltrona bianca, poltrona che, dio permettendo, mi piacerebbe ereditare, diciamo così, dal mio involucro vivente; se non è chiedere troppo, eh.

 
 
 
 

Tentativo di assenza dai social network

 

Prima di uscire di casa per una passeggiatina, chiudo la botola dei social network, anzi del social network, non avendo altri “profili” a parte quello su facebook (e il profilo mio più apprezzato, naturalmente, che comprende un grosso naso e una barbaccia nerastra). Sostituisco la foto del “profilo” con un riquadro che contiene l’avviso «Mi assento per un po’». Equivale al cartello del «Torno subito», mitica avvisaglia di libertà del commerciante che, da qualche anno in qua, scarseggia sulle vetrine dei negozi di città rimanendo come comparsa senza il ruolo protagonista dell’autoaffermazione nelle periferie o nei piccoli centri; in città no, un simile avviso, fosse anche motivato da un impellente bisogno oscuro e fisiologico, è una bestemmia per la produttività, è antiestetico e volgare. La presenza, innanzitutto. Èd è così anche nel negozio virtuale, nell’e-commerce della socialità aperto 7 giorni su 7 che è appunto il social. Esco e sono libero. Mi assento per un po’. Più chiaro di così. Nessuno mi cercherà su facebook. Ma che importanza ha! Di solito non mi cerca quasi nessuno, e i pochi che mi cercano sono i miei amici, tutti a conoscenza degli altri modi più o meno pratici – ad esempio uso pochissimo il cellulare – per entrare in contatto con me. Ma quindi perché vedo crescere davanti a me la libertà come una pianta rampicante lungo il sentiero in ascesa verso la città? Perché le percezioni e i sensi ne hanno guadagnato per così poco, e senza che in effetti la mia libertà sia mutata di un grammo? Domande retoriche, va bene. Ma adesso, camminando sul limitare della piazza che affaccia sul larghissimo e lontano plastico della città di Roma, mentre mi decido a guardare il solito paesaggio velato e tremolante con un’altra intenzione, mi riassumo il senso della mia libertà. Sono io che guardo questa particolare luce del giorno, sono io che faccio pensieri miei e dunque di qualità indecifrabile e assolutamente segreti. Io e basta. Si dice che i social network siano i luoghi dell’io-io, dove tutto è coerente e compatto nei confronti di un unico piccolo egoismo (ciascuno ha il proprio, ovviamente, e lo espone in modo più o meno gradevole). Ma forse – scopro – il vero egoismo è far esistere il proprio mondo solo per sé: non fotograferò il maledetto tramonto, né scriverò una frase a effetto che attiri i like del mio prossimo e nemmeno ci proverò: il tramonto è mio, per quanto sia momentaneamente più interessante di un sogno iper pittorico alla Turner – un giallore mai visto che sprigiona qua e là scaglie d’oro placcato e che, assistito dalle basse nuvole temerarie, si supera come colore per stimolare e diventare chimicamente sensazione. Non sarebbe stato possibile pubblicare su facebook una sensazione. Ma avrei potuto scrivere ciò che penso, nell’istante in cui elaboro i pensieri che in un secondo momento (hic et nunc) scriverò: «La letteratura è una forma di realtà aumentata».
Avrei potuto scrivere su facebook questo status: «La letteratura è una forma di realtà aumentata». Ma si sarebbe poi capito? Senza la letteratura che, come in questa paginetta di appunti, riflette su se stessa – sarebbe comprensibile l’aforisma estemporaneo: la letteratura è una forma di realtà aumentata? Immagino quindi di aver pubblicato su facebook la fotografia di quel tramonto così simile a una sensazione con la didascalia di cui sopra: «La letteratura è una forma di realtà aumentata». Lo immagino proprio, davvero, sì. Sono sul ciglio elevato e panoramico e mi immagino di aver pubblicato la mia istantaneità. Ora sono su facebook. Io, il mio bel panorama del momento, la frasetta sulla letteratura, io, io sono su facebook. È un piccolo delirio sperimentale, una conseguenza dell’allontanamento dall’immediatezza, una chicca per la psiche durante una passeggiata al largo di facebook e delle sue dorate sponde, uno scadente miraggio comprato in un negozio cinese che vende sogni e apparizioni di bassissima qualità. Eppure mi succede di vederlo o di sentirlo. Ed è allora che mi rendo conto di non essere davvero fuoriuscito dal social network. La logica della condivisione e della divisione dalla realtà permane. Sono io e non sono io, ma sono sempre e comunque su facebook. So che la letteratura è una forma di realtà aumentata, ma non è abbastanza; difatti non avevo nessuna intenzione di pubblicare la mia istantaneità in facebook ma poi, esaurita la passeggiata, ho pensato che avrei pubblicato il resoconto della mia assenza su facebook.

 

 
 

 

 


 
 

 

 

Scrittura e felicità [appunti]

Ci sono giornate troppo belle e (addirittura) interi periodi in cui mi sento così bene che non trovo mai niente di buono da scrivere. Quando mi capita, sperimento una disperazione per la felicità che, per una chimica dell’animo umano mai chiarita del tutto, mi rende addirittura più felice (addirittura). Disperarmi per non avere nulla da scrivere a causa di un benessere eccessivo mi fa sentire meglio. Alla fine smetto di disperarmi e la felicità trova un suo livello più che stabile. E non scrivo, se non testi privi di aggressività estetica come questo che ho appena incominciato.
Ci sono giornate invece realmente nere, a cui nemmeno la scrittura può porre rimedio, e che anzi, per eccesso d’incandescenza, non si rendono disponibili alla scrittura: deve intervenire una speranza qualunque (un margine di miglioramento in qualsiasi campo della mia vita) ad abbassare l’emergenza di quella disperazione perché si arrivi a un livello d’infelicità produttivamente accettabile, che si possa quindi facilmente infilare tra le pagine di un progetto narrativo senza scompaginarle e senza che il progetto si suicidi per eccesso d’incandescenza; l’infelicità giusta, moderata e per niente paralizzante che si fa linfa per le parole, l’infelicità non totalmente irremovibile pronta a trasformare se stessa in felicità artificiale, da laboratorio, una volta arrivati all’esito estetico più soddisfacente. La felicità artificiale, ecco il sottoprodotto di un buon lavoro di scrittura.
Ma che cos’è la felicità artificiale? È una bella domanda, a cui non si può rispondere senza disilludersi completamente. Certo, è pur sempre possibile convicersi che qualunque felicità sia tutto sommato artificiale, nel senso in cui viene realizzata culturalmente (escluso il sesso; anche se non è nemmeno poi così vero).
Comunque la felicità artificiale è una forma di esaltazione, senz’altro: è, senza esagerazione, un salto quasi fisico che il corpo e i suoi nervi compiono per allontanarsi dalla disperazione e che, momentaneamente, porta a un distacco dalle ragioni dell’infelicità per tramite di un improvviso cambio di priorità: in quel momento anche la fine della vita appare rassicurante, o comunque un’esperienza che si può assurdamente vivere fino in fondo – e se persino l’angoscia di morte è una caramella il resto, a salire, non può essere che una gran bella passeggiata. Questo stato è un livellamento maniacale della semplice onnipotenza dell’infante per cui tutto ciò che è vivibile è anche giocabile. Il divertimento è, nel caso della felicità artificiale, una promessa. È un orizzonte – in termini un po’ più adulti.
La felicità artificiale si nutre di aspettative, ma è come se l’oggetto atteso fosse già stato conquistato e raggiunto. È piacere ricordato di cui si perde il ricordo, e resta il piacere.

 

Sul senso d’attesa [appunti]

Su quanto il tempo abbia per me un funzionamento simbolico potrei dire molto. Ciò che più mi sorprende, però, ripensando in modo un po’ astratto a tutte le notti, a tutte le stagioni di questa mia vita è il senso di attesa, o, volendo essere auto-romanzeschi, la suspense.
Tantissime volte di giorno ho aspettato l’arrivo salvifico della notte, annunciato dal crepuscolo che mi è sempre sembrato un momento dolcissimo. Tantissime volte d’inverno, in una tormenta di neve quando abitavo in montagna o nel freddo umido alle ossa della città, ho atteso ogni giorno con più forza l’arrivo della bella stagione. Anche l’espressione bella stagione mi ha sempre fatto un effetto di sensualità nascosta tutta da scoprire.
Poi arriva il momento atteso. O il momento gigantesco che è poi la stagione. E non succede nulla. Certo, magari il dieci agosto guardo ritualmente il cielo buio alla ricerca delle stelle striscianti, ma una volta rinnovata la consapevolezza che non sono affatto stelle, cioè il minuto successivo, smetto di cercare e passo alla contemplazione interiore di altri paesaggi. Sto ancora aspettando.
Per un certo tempo ho pensato che la cosa attesa fosse nient’altro che lei, la vacanza. Ma la signora vacanza, trascorsa di solito con gli amici o con la fidanzata del momento, si risolveva in una corsa stancante tutta ostacoli immaginari, molto divertente ma, alla fin fine, di nessuna soddisfazione.
Sul finire dell’estate, il senso d’attesa diminuiva (e diminuisce). Proprio come sul finire della notte, le volte in cui per qualche eccezionalità aspetto la ferità dell’alba.
Accade come nei romanzi che leggo: e cioè i romanzi che non funzionano precisamente con una trama fornita di capo e coda, ma si sfaldano o si sfarinano di pagina in pagina, e ti lasciano, una volta chiusa la retrocopertina, con un grande senso d’attesa, di suspense per l’esistenza. I romanzi dove tutto è chiaro e gli ingranaggi ticchettano dalla prima all’ultima pagina, i romanzi ben fatti si chiudono in un silenzio che mi soddisfa e mi fa mancare l’aria. Questi romanzi muoiono, in un certo senso. E quegli altri no.
Per me la scrittura è questo (e così anche la lettura): dare un nome, parole e immagini all’immenso e struggente senso di attesa che mi occupa l’orizzonte interiore.

 
 

[Una storiella]



 

Il dottore e il cane

 

Una volta il dottor Gasperi, il mio neurologo, raccontò pacificamente a un gruppo di pazienti in attesa di chissà cosa nel corridoio dell’ospedale Sant’Anna una storia che a me, e forse anche al signore coi baffi che non smetteva di guardarmi e sorridere, parve all’inizio una degna invenzione del dottore (che di solito raccontava strane barzellette, e piuttosto macabre, durante i nostri colloqui, di cui si assumeva la responsabilità creativa). Raccontò di un uomo sui quarantacinque, dai capelli rossicci e gli occhi molto intensi, la cui mente era stata spazzata via da una forma di demenza che non ricordo, che si era mangiato quasi fino all’osso la carne di un braccio, e se non fosse svenuto per il dolore avrebbe continuato. Invece lo trovò il mattino seguente la sorella minore che, dopo essersi vomitata sul vestito, riuscì a spiegare al 113 l’accaduto vincendo la terribile balbuzie che l’affliggeva dalla tenera età: «Ca-cane… mo-morso!» Ma i bravi dottori dell’ospedale Sant’Anna si accorsero che era accaduto ben altro e, dopo aver ricucito il possibile, consegnarono l’uomo al reparto competente, dove fu legato e liberato al quarto giorno, pesantemente sedato, e ciò nonostante continuò a vedere un cane nella stanza, anche durante le visite (la sorella, due vecchi amici – i genitori entrambi morti). Il cane doveva essere molto aggressivo con lui, perché l’uomo scostava improvvisamente il volto e gridava disperato: «A cuccia! Buono!» La sorella raccontò al neurologo che nell’infanzia avevano avuto un cane, un labrador dolcissimo, che in un accesso di rabbia provocato dall’alcol il loro genitore aveva ucciso investendolo con l’automobile nel giardino. Raccontò questa storia balbettando moltissimo e spiegando che proprio all’origine della storia c’era la sua… ba-balbuzie. Il neurologo allora interrogò il paziente e il paziente guarì.
«Vede un cane nella stanza?»
«È dietro di lei…»
«Me lo descriva».
«È un labrador nerissimo… Ha gli occhi neri… I denti guasti, neri…»
«Crede che sia vivo?»
«Veramente non saprei…»
«Se fosse morto, pensa che potrebbe essere arrabbiato con lei?»
«Guardi… Che cosa mi ha fatto…»
«Il braccio guarirà. Sua sorella mi ha raccontato che lei continua a vedere questo cane. Quando è ricomparso per la prima volta?»
«L’ho ritrovato… Era seduto sulla tomba… Di nostro padre».
«Quando?»
«La vigilia di Natale… O il giorno prima della vigilia di Natale… Comunque intorno a Natale…»
«Pensa che se ne andrà prima o poi?»
«Lui vuole uccidere papà…»
«E ha scambiato lei per suo padre?»
«Penso di sì…»
«Facciamo così: ora il padre sono io. Lo dica al cane e facciamola finita».
«Lui la ucciderà…»
«Il suo papà?»
«No, il cane…»
«Sì sì, è proprio ciò che voglio».
Il mio neurologo raccontò nel corridoio dell’ospedale che la lotta fu impari. Mimò anche, spalle al muro, il momento della lotta in cui il paziente ebbe le fauci sulla gola del dottore, mentre due infermieri guardavano attoniti e rispettavano il tassativo ordine di lasciar fare, a qualsiasi prezzo. Ma la lotta fu impari, per fortuna, o io non avrei avuto la fortuna d’incontrare il mio strano neurologo. E poi, quando la bestia rallentata dagli effetti dei sedativi si stancò completamente, e quasi svenne, il dottore gridò, e gridò ora nel corridoio: «Maledetto cane, tu mi hai ucciso!»
Eravamo un po’ increduli, io e il signore con i baffi. Così il neurologo ci mostrò una cicatrice, dopo essersi sfilato per metà il camice, una cicatrice che pareva senz’altro di un morso, nettissima, appena sotto la spalla destra.
E per dimostrare che l’episodio era rimasto vivido nella sua coscienza di medico, imitò quel matto (guarito improvvisamente) e il suo terribile guaito, infine ululò, ululò nel corridoio con grande spavento del nostro gruppetto, impersonando a sbalzi quel tale, l’uccisore di cani, l’alcolizzato genitore del paziente, per poi tornare serio e sobrio nel silenzio generale rotto, spaventosamente, dal riso equino di due infermiere grassocce che passavano di lì.