Scrittura e felicità [appunti]

Ci sono giornate troppo belle e (addirittura) interi periodi in cui mi sento così bene che non trovo mai niente di buono da scrivere. Quando mi capita, sperimento una disperazione per la felicità che, per una chimica dell’animo umano mai chiarita del tutto, mi rende addirittura più felice (addirittura). Disperarmi per non avere nulla da scrivere a causa di un benessere eccessivo mi fa sentire meglio. Alla fine smetto di disperarmi e la felicità trova un suo livello più che stabile. E non scrivo, se non testi privi di aggressività estetica come questo che ho appena incominciato.
Ci sono giornate invece realmente nere, a cui nemmeno la scrittura può porre rimedio, e che anzi, per eccesso d’incandescenza, non si rendono disponibili alla scrittura: deve intervenire una speranza qualunque (un margine di miglioramento in qualsiasi campo della mia vita) ad abbassare l’emergenza di quella disperazione perché si arrivi a un livello d’infelicità produttivamente accettabile, che si possa quindi facilmente infilare tra le pagine di un progetto narrativo senza scompaginarle e senza che il progetto si suicidi per eccesso d’incandescenza; l’infelicità giusta, moderata e per niente paralizzante che si fa linfa per le parole, l’infelicità non totalmente irremovibile pronta a trasformare se stessa in felicità artificiale, da laboratorio, una volta arrivati all’esito estetico più soddisfacente. La felicità artificiale, ecco il sottoprodotto di un buon lavoro di scrittura.
Ma che cos’è la felicità artificiale? È una bella domanda, a cui non si può rispondere senza disilludersi completamente. Certo, è pur sempre possibile convicersi che qualunque felicità sia tutto sommato artificiale, nel senso in cui viene realizzata culturalmente (escluso il sesso; anche se non è nemmeno poi così vero).
Comunque la felicità artificiale è una forma di esaltazione, senz’altro: è, senza esagerazione, un salto quasi fisico che il corpo e i suoi nervi compiono per allontanarsi dalla disperazione e che, momentaneamente, porta a un distacco dalle ragioni dell’infelicità per tramite di un improvviso cambio di priorità: in quel momento anche la fine della vita appare rassicurante, o comunque un’esperienza che si può assurdamente vivere fino in fondo – e se persino l’angoscia di morte è una caramella il resto, a salire, non può essere che una gran bella passeggiata. Questo stato è un livellamento maniacale della semplice onnipotenza dell’infante per cui tutto ciò che è vivibile è anche giocabile. Il divertimento è, nel caso della felicità artificiale, una promessa. È un orizzonte – in termini un po’ più adulti.
La felicità artificiale si nutre di aspettative, ma è come se l’oggetto atteso fosse già stato conquistato e raggiunto. È piacere ricordato di cui si perde il ricordo, e resta il piacere.

 

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